Le convention non rivelano nulla di nuovo sul prossimo presidente americano, ma possono servire per conoscere i presidenti che verranno dopo. Barack Obama era un senatore dell’Illinois quando fece un discorso spettacolare alla convention democratica del 2004 e quattro anni dopo vinse la Casa Bianca. Sappiamo già che se vince Trump è al suo ultimo mandato e anche Biden ha detto che per una questione di età farà un mandato soltanto in caso di vittoria. E quindi la competizione è ravvicinata e le convention di queste due settimane sono state un ottimo posto d’osservazione sul futuro.

Che vinca oppure no, Trump ha un capitale politico enorme, una base di fedelissimi che vale circa il 40 per cento dell’elettorato e non lo molla mai. Non l’ha mollato nemmeno durante la pandemia, che ha gestito malissimo, quindi non lo abbandonerà più. E quando il presidente non sarà più il presidente, chi è l’erede che riceverà questo capitale politico? I Trump si considerano una dinastia, si vedono come i Kennedy, ci scherzano sopra. Lui dice che Melania «è la nostra Jackie», il genero Jared ha in ufficio una foto di JFK e si definisce «un Joe Kennedy ebreo» e dopo tutto se ce l’hanno fatta i Bush, a passare lo Studio Ovale da padre a figlio (con gli otto anni di Bill Clinton in mezzo), perché non dovrebbero farcela i Trump?

Il presidente ha due figli, Ivanka e Donald Jr., che da quando quattro anni fa hanno assaggiato la politica non vogliono più tornare indietro. Ivanka è molto più avanti nella gara rispetto a Don. Lui ha fatto il discorso alla prima serata della convention, ma Ivanka l’ha fatto all’ultima serata proprio prima di papà e si sa come funzionano queste cose: l’ultimo a salire sul palco è il più importante. “La cocca di paparino”, la chiama lui, che percepisce il distacco di immagine e nelle preferenze di Trump. Non è una cosa di adesso, va avanti da quattro anni.

Quando Corey Lewandowski fu cacciato dalla campagna elettorale, Don e Jared, il marito di Ivanka, si contesero con discrezione il posto libero. Nessuno lo ottenne, ma Jared finì a volare in aereo con Donald per assisterlo da vicino nella campagna e Don finì invece a fare comizi in stati che non interessavano a nessuno. «Mi sveglio alla mattina e vado nella città che mi dicono», raccontò depresso a un amico secondo un pezzo molto dettagliato pubblicato dall’Atlantic. E però in questo semi-esilio scoprì che le cose che lo appassionavano, come la caccia e la pesca, lo facevano andare fortissimo. Era in sintonia con l’elettorato di Trump. Riusciva a non passare per il figlio del lusso di Manhattan, ma per un uomo del popolo. «Finalmente mi sei utile a qualcosa», gli disse il padre. E così si spiegano l’attivismo di Don sui social e certe sue iniziative letali, come quando organizzò un incontro con i russi alla Trump Tower – che poi divenne una faccenda molto controversa.

Del tutto perdente in questa competizione Don non dev’essere, visto che di Jared non c’era traccia alla convention repubblicana. E invece s’è vista molto la sua fidanzata ambiziosa, Kimberly Guilfoyle, che dal paco ha gridato: «Il meglio deve ancora venire». Bello slogan, no?

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Ivanka per ora si gode la sua superiorità, molto impegnata nell’equilibrismo di farsi vedere accanto al presidente nei momenti che contano e di sparire durante le faccende più controverse, come quella dei bambini dei migranti separati dai genitori al confine e tenuti in gabbie. Era al tavolo quando Trump ha incontrato il dittatore della Corea del Nord Kim Jong Un. Dall’altra parte i democratici offrono meno occasioni di chiacchiericcio. Questo gioco della convention l’ha vinto Kamala Harris, che fra quattro anni potrebbe tentare il salto e fare quello che non riuscì a Hillary Clinton, magari di nuovo contro un Trump.

August 24, 2020, Charlotte, North Carolina, USA: United States President Donald J. Trump speaks at the Republican National Convention in Charlotte, NC Monday, Aug. 24, 2020. The GOP convention was scaled back this year because of the coronavirus pandemic (Credit Image: © David T. FosterIII/POOL via ZUMA Wire)