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Corea del Nord, il capitalismo autoritario di Kim Jong Un

Corea del Nord, il capitalismo autoritario di Kim Jong Un

Descrivere la Corea del Nord come un Paese sull’orlo del totale impoverimento, ostaggio di un dittatore che minaccia di compiere attacchi con testate nucleari contro Seoul e Washington, può andar bene per lanciare notizie a effetto ma non per spiegare i cambiamenti di cui è protagonista la società di Pyongyang. In un articolo pubblicato nell’ottobre del 2015 sul Guardian, il corrispondente dalla Corea del Sud Andrei Lankov presenta una versione inedita del regime nordcoreano. Una nazione in cui la figura del suo giovane ed eccentrico leader Kim Jong Un è certamente ingombrante, ma dove all’ombra di annunci bellicisti – che quasi mai si traducono in offensive concrete – persecuzioni ed esecuzioni sommarie, sta crescendo un’economia sempre più aperta agli investimenti dei privati e ai mercati esteri.

Gli esperti concordano sul fatto che negli ultimi dieci anni la Corea del Nord non solo è riuscita a risollevarsi dalla grave carestia che l’ha messa in ginocchio alla fine degli anni Novanta, ma ha anche vissuto una interessante fase di sviluppo economico, con trend medi annui che oscillano tra l’1,5% e il 4%. Il segno più è dovuto principalmente alle concessioni fatte agli imprenditori privati dal governo centrale, espressione dell’unico partito del Paese, il Partito dei Lavoratori di Corea. Ad oggi formalmente tutte le attività imprenditoriali in Corea del Nord sono di proprietà dello Stato, ma rispetto al passato le restrizioni nei confronti di chi vuole fare impresa sono molto diminuite. Minori controlli e maggiori concessioni hanno fatto nascere da zero un’economia di mercato animata da privati che hanno iniziato a investire comprando miniere, raffinerie di petrolio e società di autotrasporto. Il risultato è che oggi il privato fa parte a tutti gli effetti del sistema economico nord-coreano, contribuendo a una quota del PIL nazionale che va tra il 30 e il 50%.

Il fenomeno ha preso piede principalmente nella capitale Pyongyang , dove il numero degli uomini d’affari (ma anche delle donne d’affari) è in aumento. Sono loro a sedersi nei ristoranti più cari che iniziano a spuntare in tutta la città, dove il costo di un pasto (tra i 15 e i 25 dollari) equivale all’incirca al reddito settimanale o quindicinale di una famiglia della classe media.

La circolazione di soldi ha fatto salire il prezzo degli immobili, aumentato di dieci volte negli ultimi dieci anni. Un buon appartamento a Pyongyang costa circa 100.000 dollari, mentre case di dimensioni più grandi arrivano anche a 200.000. Anche in questo caso formalmente le case non possono essere di proprietà di un singolo individuo, il quale però aggira senza problemi la legge in vigore comprando e rivendendo il “diritto di soggiorno” in un’abitazione.

Questo sorprendente sviluppo dell’economia e della società nord-coreana, che stride in maniera netta rispetto alle cronache che dalle agenzie di stampa di Seoul arrivano in ogni parte del mondo, ha avuto inizio alla fine degli anni Novanta quando al potere c’era ancora Kim Jong Il, il padre di Kim Jong Un. Rispetto al padre, che negli ultimi anni della sua vita ha alternato arresti di massa ad atteggiamenti più tolleranti nei confronti del cambiamento, Kim Jong-un sta incoraggiando la crescita dell’economia di mercato.

Finora il più grande risultato ottenuto deriva dalla riforma dell’agricoltura, simile a quella varata in Cina alla fine degli anni Settanta. I campi sono rimasti di proprietà dello Stato, che però ha affidato la loro coltivazione alle singole famiglie e ad agricoltori che si spartiscono le quote del raccolto (85% per le prime, 15% per i secondi). Negli gli ultimi anni i raccolti sono cresciuti e presto la Corea del Nord potrebbe registrare una produzione alimentare che gli garantirebbe l’autosufficienza.

Questa riforma, sommata a quella del settore industriale (le industrie sono state decentrate e in parte privatizzate), dimostra che Kim Jong-Un sta puntando ad applicare in Corea del Nord un modello di capitalismo autoritario, una sorta di“dittatura dello sviluppo”, che ha già funzionato bene a Taiwan e in Corea del Sud e che sta producendo risultati rilevanti anche in Cina e Vietnam.

Ciò spiegherebbe perché in patria Kim Jong-Un non è solo temuto ma gode anche di sincera popolarità, come confermato anche da gente che è fuggita dalla Corea del Nord. Ciò che distingue invece la sua dittatura ad esempio dal governo cinese o vietnamita, sono le aperture concesse alle libertà individuali. In tal senso Kim Jong-Un si sta rivelando più spietato del padre. Concedere più libertà al popolo, permettendogli di affacciarsi alla vicina Corea del Sud, smaschererebbe il falso mito del benessere della società nordcoreana inculcato in ogni singolo cittadino. Tra un Paese con il reddito pro-capite superiore di 7 volte e aperto al mondo (la Corea del Sud) e una dittatura (quella di Pyongyang), i nordcoreani non avrebbero difficoltà a scegliere. Così come è stato per i tedeschi della Germania dell’Est che si sono spostati a Ovest dopo la caduta del Muro di Berlino.

È per questo motivo che Kim Jong-Un sta isolando la Corea del Nord dal resto del mondo, impedendo ogni contatto con l’esterno attraverso internet, tv o radio. Ed è per questo motivo che bilancia le aperture economiche con esecuzioni in pubblico e punizioni nei confronti di chiunque non è allineato al regime. Con questa strategia il leader conta di rimanere al potere a lungo senza finire vittima di un golpe interno o di una sollevazione popolare. È a questo caro prezzo che i nordcoreani pagano il benessere che dopo tanti anni gli è stato concesso.