Chi è Irfan Ozsert, che ha azzerato la campagna di Haftar in Libia. Demolita la teoria delle cancellerie occidentali, quella che escludeva una soluzione militare alla crisi. La Francia sbalordita finisce tra gli sconfitti, l’Italia non è tra i vincitori

La guerra civile in Libia è stata vinta da un generale turco, Irfan Ozsert, che ha azzerato la campagna del feldmaresciallo Haftar per conquistare Tripoli. “Ci metterò due giorni” a prendere la capitale, aveva detto il libico, ma le sue milizie sono in fuga e hanno abbandonato tutto il territorio che avevano catturato in quattordici mesi di combattimenti e soltanto grazie all’appoggio di un club di sponsor internazionali molto attivi, come la Russia, gli Emirati e l’Egitto.

Il generale turco Ozsert è atterrato a Tripoli a luglio 2019 con molta discrezione, ma in Libia tutti si conoscono fra loro e una copia del suo passaporto e di quelli della sua squadra di 24 persone era uscita subito sui siti libici avversari, quelli che tifano per Haftar. Ozsert ha una carriera quarantennale nell’esercito turco, ha avuto anche incarichi nell’intelligence militare e soprattutto è un fedelissimo del presidente Erdogan. Durante il tentato golpe del 15 luglio 2016 era dentro alla base di Incirlik, il gigantesco aeroporto militare che la Turchia condivide con la Nato. Quando capì cosa stava succedendo – alcuni reparti militari volevano prendere il potere e arrestare Erdogan – fece smontare pezzi dagli aerei cisterna sulle piste in modo che non potessero rifornire in volo i caccia F-16 dei golpisti (che intanto bombardavano e davano la caccia all’aereo di Erdogan) e andò ad arrestare il capo della base che nel frattempo, visto che il golpe stava fallendo, aveva trovato rifugio dentro al comando degli americani. Quando Erdogan l’ha spedito in Libia l’anno scorso era il momento di accorgersi che la guerra stava per essere ribaltata.

Il turco ha demolito la teoria ripetuta in coro da tutte le cancellerie occidentali, quella che escludeva una soluzione militare per la guerra civile in Libia. I diplomatici europei hanno tentato complesse triangolazioni tra i libici di Tripoli e i libici di Bengasi, culminate poi nella conferenza di Berlino a gennaio, ma non hanno ottenuto nulla. Anche l’Italia ci ha provato, prima con una doppietta del ministro degli Esteri Luigi Di Maio che a dicembre ha visitato sia Tripoli sia Bengasi in un solo giorno, poi con un doppio invito a Roma che però è stato un fallimento plateale. Nel frattempo Haftar chiudeva i pozzi di greggio per strozzare i rivali, assoldava mercenari sudanesi e si godeva l’appoggio russo – nella forma di centinaia di mercenari della compagnia Wagner e forse anche di qualche sistema antiaereo. A novembre due droni – uno italiano e uno americano – sono stati abbattuti nel giro di trenta ore mentre sorvolavano le zone controllate da Haftar.

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E invece la soluzione militare c’era: rompere l’assedio di Tripoli e rimandare a casa le milizie di Haftar, con due mosse. La prima, importare migliaia di combattenti siriani – che ormai sono un braccio della politica estera turca. La seconda, battere con i droni le postazioni delle milizie di Haftar e colpire tutto, ogni veicolo, ogni casa, ogni buca, fino a farle scappare. I droni turchi li fa la Bayraktar, l’industria bellica di Suluc Bayraktar che è il genero di Erdogan e quindi rimane tutto in famiglia.

La presenza di Ozsert a Tripoli non era un mistero, ma era una cosa messa a fuoco soltanto dagli addetti ai lavori. Nessuna dichiarazione, nessun annuncio. Soltanto la sistematica disarticolazione della campagna di Haftar. Il lessico diplomatico fatto di “caute aperture”, “moderati ottimismi” e “incontri proficui” in Libia è una lingua morta e turchi e russi l’avevano capito da subito. Ora che le parti si sono invertite le milizie di Haftar si attestano nel centro della Libia, per difendere casa loro. La Francia, che tifava per il generale libico alle spalle di tutto il resto dell’Europa, si trova dalla parte degli sconfitti. L’Italia, che ha molto tentennato, non è dalla parte dei vincitori.

Pubblicato su Il Foglio il 10 giugno 2020