In queste settimane tutti i giornali (incluso Il Foglio) hanno colpito Trump e gli hanno dato del cretino in tutti i modi possibili e lui ha fornito molto materiale per continuare a farlo. Il grande flop di Tulsa, preceduto da dichiarazioni trionfali. Il libro di John Bolton, che certo è un grumo di rancore ma contiene una quantità infinita di informazioni. La guerra culturale sulla mascherina, persa al costo di far ripiombare una nazione intera dentro all’epidemia di Covid mentre il resto dell’occidente ormai pensa a come andare in spiaggia in sicurezza. La passeggiata a favore di fotografi fino a Lafayette Square a Washington durante le proteste per la morte di George Floyd, che però è diventata una gaffe – e i militari si sono scusati di essersi prestati all’operazione. La storia delle taglie russe in Afghanistan che Trump avrebbe ignorato, una storia imprecisa al punto giusto per alimentare discussioni per tutti i prossimi mesi.

Abbiamo capito. Ma tutto questo battere e ribattere su Trump non spiega che cosa il suo rivale, Joe Biden, farebbe al posto suo se dovesse sbrogliare le crisi dell’America e nel mondo. Per ora il democratico ha adottato una strategia furbissima di basso profilo, gli basta girare in mascherina, parlare poco così non imbarazza nessuno, ammirare le proiezioni che lo danno avanti di nove punti e anche più, lasciare che il presidente in carica nella sua incontinenza si danneggi da solo. E però Joe Biden non spiega che piani ha, sebbene sia il favorito. Mancano quattro mesi soltanto alle elezioni. E’ tempo di cominciare a pronunciarsi.

Perché Trump, con tutto il carico di brutture che si trascina dietro, ha fatto cose che durante il doppio mandato di Obama sembravano irrealizzabili. Ha aperto una resa dei conti commerciale con la Cina e tutti gli esperti possono confermare che lo squilibrio fra i due paesi era ingiustamente a favore dei cinesi, era soltanto questione di tempo prima che un intervento correttivo si rendesse necessario. C’è voluto il dissennato per fare quello che i democratici non avevano mai messo nel loro programma.

In Siria Trump ha ristabilito il principio di deterrenza e ha ordinato due bombardamenti in risposta a due attacchi con armi chimiche. Basta andarsi a rileggere i giornali del 2013, all’epoca del massacro al nervino di Damasco, per vedere le informazioni passate da fonti anonime dell’Amministrazione Obama ai giornalisti, che dipingevano un’eventuale operazione in Siria per punire Bashar el Assad come complicatissima. Con Trump alla casa Bianca il Pentagono ha fatto in Siria quello che voleva. Al secondo attacco hanno partecipato anche la Gran Bretagna e la Francia di Macron, in uno sfoggio di compattezza occidentale che non si vedeva da tempo. Quando nel 2013 Obama aveva accarezzato l’idea di una rappresaglia contro Assad (i civili morti per il nervino erano più di mille) e aveva chiesto ai britannici di unirsi, a Londra c’erano state scene da tracollo nervoso e i parlamentari avevano voltato le spalle al governo. E anche l’operazione più controversa autorizzata da Trump è una scommessa vinta: l’uccisione con un drone del generale iraniano Qassem Suleimani a Baghdad. Per giorni ci era stato spiegato che l’America aveva osato troppo e che quell’attacco era il preludio alla Terza guerra mondiale. Invece la storia era più semplice: il rapporto di forza è troppo a favore degli americani e l’Iran ha perso uno dei suoi strateghi più pericolosi, l’architetto della sua espansione in tutta la regione con milizie irregolari e traffici di armi.

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Di sicuro per ciascuna di queste svolte ci sono stati errori enormi – vedi la questione Turchia in Siria o la politica fallimentare con la Corea del nord – ma è arrivato il momento di sapere cosa avrebbe fatto Joe Biden, che si gode il suo momento da vincente mentre Trump paga, infine, il ritorno alla realtà di un’enorme fetta dei suoi sostenitori (inclusi gli anziani e i bianchi senza titoli di studio, due insiemi che facevano molto il tifo per lui). Joe Biden cosa farebbe con la Cina, oppure in Siria? Perché negli otto anni del presidente Obama le cose non sono andate bene – anche se Obama riesce a fare un discorso compiuto tutto di fila e aveva un settore dell’Amministrazione dedicato alla prevenzione delle pandemie.

Joe Biden non ha ancora spiegato bene cosa vuole anche sul piano interno, dove dovrà accontentare un elettorato molto più diviso e litigioso di quello di Trump, che invece era schierato compatto dietro di lui. L’Economist di ieri ha dedicato alla questione una copertina molto ottimista e spiega che Biden proprio perché è un candidato di compromesso fra radicali e moderati riuscirà a fare cose che altri candidati non sarebbero riusciti a realizzare. Potrà essere rivoluzionario proprio perché ormai è considerato il campione grigio del centro e quindi i moderati si fidano di lui. Prima però deve battere Trump.

Pubblicato su Il Foglio

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