L’Amministrazione Biden ha pubblicato un rapporto dell’intelligence americana sull’uccisione del commentatore saudita Jamal Khashoggi. È deludente. Sono quattro pagine che arrivano alla responsabilità del principe ereditario al trono, Mohammed bin Salman, soltanto grazie a una concatenazione logica: il principe a partire dal 2017 controllava con pugno di ferro tutti gli apparati di sicurezza in Arabia Saudita, nessuno avrebbe mai preso questa iniziativa senza prima ottenere la sua approvazione, ergo l’omicidio non può essere avvenuto senza l’assenso di Bin Salman.

Non ci sono novità fattuali, non ci sono elementi nuovi. Il rapporto pubblicato dalle Nazioni Unite nel giugno 2019 è lungo cento pagine e ha moltissimi particolari in più. E c’è quasi la certezza che la Cia disponga di prove più solide e che però l’Amministrazione Biden abbia voluto pubblicare un’affermazione politica più che un fascicolo d’accusa: Bin Salman, sostiene il rapporto, ha approvato l’operazione per catturare o uccidere Khashoggi.

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Il rapporto è datato 11 febbraio 2021 e quindi non è lo stesso che due anni fa il direttore della Cia Gina Haspel (che si è dimessa tre mesi fa) usava per fare i suoi briefing sul caso, prima all’allora presidente Donald Trump – che però era schierato a prescindere a difesa dell’alleato Bin Salman – e poi a un gruppo di senatori americani a porte chiuse. Quando i senatori uscirono dall’aula dissero che le prove a carico del principe erano tali che “se ci fosse un processo durerebbe trenta minuti”. Il senatore repubblicano Lindsey Graham, consigliere fidato di Trump, disse che “non c’è la pistola fumante, c’è la sega fumante”, un gioco di parole con la “smoking gun” che indica una prova regina e inoppugnabile [Continua… …].

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