C’è da sgombrare il campo da alcuni possibili fraintendimenti. Di fatto quel conflitto dell’America era già finito. Nel 2011 c’erano più di centomila soldati al picco massimo delle operazioni, adesso ce ne sono poco più di tremila. Questo vuol dire che il numero dei militari americani in Afghanistan è pari a quello dei vigili urbani di Milano ed è davvero difficile parlare di una forza di occupazione su scala nazionale (che non c’è mai stata) o anche soltanto di una spedizione militare funzionale e capace di vincere contro la guerriglia locale.

I soldati sono troppo pochi e lontani dai ruoli di combattimento. Il loro compito da molto tempo è quello di appoggiare le forze del governo centrale di Kabul con la raccolta di intelligence, l’addestramento e i raid aerei guidati – e anche con qualche sporadica operazione antiterrorismo. Però, come vedremo, questo piccolo nucleo americano riusciva ancora a fare la differenza nelle manovre per tenere i talebani lontani dalla capitale e dalle città più grandi. Il secondo fraintendimento è che con questo ritiro approvato da Trump e finalizzato da Biden finirà la guerra in Afghanistan. Il conflitto era già in corso quando gli americani sono arrivati nel 2001 e andrà avanti per molti anni ancora senza di loro.

Come il bambino olandese che secondo la leggenda tenne per tutta una notte il dito a tappare il buco in una diga e così salvò il paese da un’inondazione disastrosa, così i militari occidentali oggi puntellano la situazione e impediscono il collasso di molte regioni del paese davanti all’avanzata degli estremisti.

L’idea che i talebani si metteranno d’accordo con il governo centrale di Kabul – che considerano un gruppetto di fantocci traditori e che non hanno riconosciuto come interlocutore durante i negoziati – per spartire in qualche modo il potere, formare una coalizione mista e recitare al suo interno la parte del partito islamista, occhiuto e rigido e messo lì a difendere le tradizioni, è una fantasia patetica.

I talebani vogliono instaurare di nuovo l’Emirato islamico dell’Afghanistan, quello del Mullah Omar (molti dei negoziatori dell’accordo con gli americani sono suoi ex ministri e comandanti), quello che prendeva a cannonate i Buddha di pietra di Bamyan e sparava in testa alle donne sotto il burqa e inginocchiate nello stadio di Kabul. Nelle aree sotto il loro controllo è di nuovo così.

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E infatti è in corso una campagna segreta per uccidere tutti i possibili oppositori che potrebbero essere voci critiche contro i talebani. E gli estremisti non portano avanti questa campagna nelle zone rurali, che sono il loro luogo naturale, ma dentro alle città. Hanno abbattuto decine di attivisti per i diritti civili e di giornalisti, senza rivendicare gli omicidi ma il resto degli afghani vede e capisce. I talebani vogliono riparare i guasti di vent’anni di assenza a modo loro e dissodano il terreno che contano di occupare presto, si infiltrano senza problemi nelle città dalle quali un tempo erano esclusi. Ci sarà molta opposizione contro di loro e altri governi regionali, come la Cina, la Russia e l’Iran, potrebbero aiutare le fazioni anti talebane. Il già citato ammiraglio McRaven dice che anche l’America potrebbe essere costretta a tornare, come è successo in Iraq dove i soldati americani arrivarono a metà 2014 per fare la guerra contro lo Stato islamico. Erano andati via tre anni prima.

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