Il presidente dell’Iran Hassan Rouhani ha affermato che il Paese non ha un piano per mettere in quarantena le città e i centri urbani per contrastare la diffusione del nuovo coronavirus. Le autorità iraniane, ha specificato il presidente, continueranno a mettere in quarantena i singoli individui. Il governo ha chiesto ai cittadini di non recarsi a Qom, epicentro della crisi sanitaria in Iran. Il Paese ha riferito di 139 casi di infezione da coronavirus e di 19 morti nella scorsa settimana. Proprio l’Iran è l’origine di decine di casi in Afghanistan, Bahrain, Iraq, Kuwait, Oman e Pakistan. Secondo i dati raccolti, mentre in tutti gli altri Paesi il tasso di mortalità sembra essere del 2 per cento, in l’Iran il tasso sette volte più alto. Il che è difficile da credere. Come sottolinea anche questo articolo, ciò vuol dire che o il numero di casi è volutamente celato oppure le capacità di analisi sono limitate e il governo non conosce la portata dell’epidemia sul suo territorio. Sarebbero “cinquanta morti” in dieci giorni soltanto in una città, ma per l’Ayatollah Khamenei è solo “propaganda nemica”.

Nella classifica globale l’Italia è il terzo paese nel mondo per numero di contagiati da coronavirus, ma è un dato falso. La comunità internazionale continua a prendere per buoni i numeri forniti dal governo dell’Iran, che però sono molto poco credibili dal punto di vista statistico e sono contestati da fonti interne – al punto che c’è il sospetto fortissimo che siano manipolati al ribasso. Il governo iraniano sta coprendo le dimensioni reali dell’epidemia, come è accaduto in Cina – dove un altro regime autoritario provò a minimizzare il problema virus nella fase iniziale salvo poi ammettere in ritardo l’enormità del contagio – e come è già successo a gennaio, quando i pasdaran iraniani hanno abbattuto per errore un aereo passeggeri e hanno provato a coprire la notizia fino a quando le prove non sono diventate schiaccianti. Durante la stesura di questo articolo, aerei provenienti dall’Iran sono atterrati senza controlli particolari all’aeroporto di Parigi in Francia, a Beirut in Libano e a Baghdad in Iraq.

Il 24 febbraio il ministero della Salute ha dichiarato che in Iran ci sono sessantuno persone colpite da coronavirus e di queste sessantuno dodici sono morte. Già questi dati non hanno senso dal punto di vista statistico – la proporzione osservata finora è circa un decesso ogni cinquanta infettati. Se si fa un confronto con i dati che arrivano dagli altri paesi, il numero di contagiati in Iran dovrebbe essere più vicino a seicento che a sessanta per essere proporzionato al numero di morti. Poi ci sono le testimonianze che arrivano dall’interno. Amirabadi Farahani, parlamentare iraniano eletto nel distretto di Qom, la città santa famosa per le sue moschee, ieri ha detto che le vittime di coronavirus soltanto a Qom sono state cinquanta tra giovedì 13 febbraio e domenica 23 febbraio. Il viceministro della Salute lo ha smentito: ci fornisca i nomi – ha detto – se sono soltanto la metà mi dimetto. Farahani ha detto un’altra cosa interessante: la prima vittima per coronavirus a Qom c’è stata il 5 febbraio. Da Teheran quel giorno avrebbero mandato alcuni specialisti che avrebbero fatto le loro analisi, avrebbero confermato e poi sarebbero andati via. Sui social, molti dei quali sono bloccati dalla censura in Iran, circola il messaggio audio di un dottore di Teheran che il 20 febbraio parla di venti morti soltanto nell’ospedale dove lavora. Il problema è che l’Iran è un regime autoritario che punisce le voci non allineate.

Altri numeri che contraddicono la versione del regime riguardano le persone che in questi giorni sono uscite dall’Iran e sono state trovate positive al test. Il governo del Kuwait pochi giorni fa ha evacuato 700 persone da Mashhad, che è nell’estremo est del paese, e poi le ha sottoposte a controlli: tre sono positive. Una persona che era andata in pellegrinaggio a Qom e poi è volata a Beirut è il primo caso di coronavirus in Libano. Qom è un focolaio ed è anche la città dove ci sono stati i primi quattro decessi ufficiali per coronavirus ma è molto lontana da Mashhad. La stessa cosa è successa in Bahrein, un piccolo stato del Golfo dove il primo caso di coronavirus è una persona tornata dall’Iran. E ieri è successo anche in Iraq, dove uno studente che era tornato dieci giorni fa dall’Iran è stato dichiarato positivo e ora è in isolamento a Najaf. Anche una donna che ha lasciato l’Iran ed è tornata in Canada è stata trovata infetta e non aveva visitato Qom. Il governo iraniano chiede alla comunità internazionale di credere che sette persone che non si conoscono e che avevano visitato parti diverse dell’Iran sono state trovate positive quando hanno lasciato il paese ma che dentro i casi sarebbero soltanto sessantuno.

I paesi che confinano con l’Iran non si fidano per nulla dei numeri ufficiali e negli ultimi due giorni hanno chiuso i confini e bloccato i voli, sapendo che ci saranno delle perdite economiche importanti. L’Iraq e il Libano non hanno ancora fermato i voli. In Europa non si parla molto della situazione, perché si prendono per buone le dichiarazioni del ministero della Salute iraniano.

La cifre così basse potrebbero essere spiegate in parte dalle difficoltà dell’Iran nel fare i test, perché il sistema sanitario è in crisi da tempo. Domenica tuttavia l’Ayatollah Khamenei, che è la massima autorità del paese, ha detto che il coronavirus è “cattiva propaganda” che è arrivata dai nemici dell’Iran per tenere lontana la gente dai seggi elettorali. Se questa è la linea ufficiale, si capisce perché il governo censura le notizie. L’11 febbraio c’è stata la ricorrenza del quarantesimo anniversario della rivoluzione e venerdì ci sono state le “elezioni” parlamentari, il regime voleva che entrambe le date fossero una dimostrazione di forza e partecipazione popolare nelle strade e nei seggi. Venerdì però l’affluenza è stata la più bassa nella storia della Repubblica islamica.

Articolo pubblicato su Il Foglio del 25 febbraio

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