In Nigeria gruppi terroristici hanno aggredito le comunità cristiane nel nord del paese durante i giorni di Natale.

Sono operazioni punitive che durano poche ore: fanatici islamisti armati sbucano fuori dalle zone rurali e attaccano piccoli centri abitati, uccidono e rapiscono, danno fuoco alle chiese, alle case e alle auto dei cristiani e poi si ritirano prima che l’esercito abbia il tempo di intervenire.

Spesso questi massacri religiosi sono attribuiti in modo generico a “Boko Haram”, ma è una definizione un po’ vecchia che non aiuta a capire cosa sta succedendo. Boko Haram non esiste con questo nome e al suo posto ci sono questi due gruppi. Uno è lo Stato islamico – lo stesso dell’Iraq e della Siria – che molti chiamano con una sigla in lingua inglese: Iswap, Islamic State West Africa Province, provincia dell’Africa occidentale dello Stato islamico. L’Iswap è così attivo in quella parte dell’Africa che il numero dei suoi attacchi nel 2020 è di poco più basso del numero di attacchi compiuti dalla casa madre del gruppo in Iraq e in Siria e questo ci dice che lo Stato islamico è in fase di declino in Medio Oriente ma è in ascesa in Africa. L’altro è un gruppo rivale conosciuto con la sigla Jas (questa volta è una sigla in lingua araba) e guidato da un leader carismatico e folle che si chiama Abubakr Shekau.

Fino al 2016 queste due fazioni nigeriane erano un gruppo unico, ma poi ci fu una scissione perché Shekau non voleva riconoscere la catena di comando dello Stato islamico. Una parte dei suoi luogotenenti lo abbandonò e si fece riconoscere in via ufficiale dai capi dello Stato islamico in Siria e in Iraq. Il risultato è che adesso i due tronconi formati da fanatici che un tempo militavano assieme competono l’uno contro l’altro per guadagnarsi attenzione locale e internazionale – che favorisce l’adescamento di nuove reclute – e il titolo di gruppo più pericoloso. E durante i giorni di Natale intensificano gli attacchi contro le comunità cristiane. Il 24 dicembre l’Iswap ha fatto un raid nella piccola città di Garkida, ha ucciso sette persone, ha bruciato quattro chiese e ha rapito cinque cristiani. Nelle stesse ore i fanatici del Jas di Shekau hanno attaccato la città di Pemi, hanno ucciso sette persone e hanno sequestrato un pastore religioso locale, che è molto conosciuto perché aveva negoziato quando i terroristi qualche anno fa avevano rapito centinaia di ragazze.

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Il 29 dicembre lo Stato islamico ha pubblicato il video dell’esecuzione di cinque cristiani. Ciascun cristiano, in ginocchio, si presenta e conferma di essere cristiano e poi è ucciso con un colpo di fucile alla nuca. In teoria lo Stato islamico pretende di avere una dottrina più articolata nel suo rapporto con i cristiani: in Siria e in Iraq emanava editti per informare i cristiani locali che erano soggetti all’obbligo di sottomettersi, di pagare una tassa e di non manifestare la propria fede in pubblico. In cambio, proclamavano gli editti, avrebbero avuto protezione e sicurezza, sempre da sottomessi. La verità è quella africana: il cristiano è ucciso sul posto dove viene trovato, oppure più tardi davanti a una telecamera. La fazione rivale, per non essere da meno, aveva pubblicato un video con il pastore sequestrato da poco. Anche l’anno scorso lo Stato islamico in Nigeria aveva pubblicato il giorno di Natale

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