Lo Stato islamico in Siria sta facendo una cosa che non aveva mai fatto prima: minimizza l’intensità e la frequenza delle sue operazioni nella propaganda che fa circolare sul web. Il numero degli attacchi e degli omicidi mirati nel centro e nella parte orientale del paese è in aumento, ma la divisione media del gruppo terrorista invece che magnificare queste azioni come aveva sempre fatto le copre.

I comunicati che prima mostravano foto di combattenti, di armi e di veicoli adesso sono scarni, sono più rari, non mostrano quasi nulla e danno un quadro della situazione meno grave della realtà. Il motivo di questa scelta è abbastanza semplice da capire. Lo Stato islamico riguadagna terreno in Siria e non vuole farlo sapere troppo in modo da ritardare il più possibile l’attenzione internazionale. Questo ritorno avviene sia nella parte centrale del paese a ovest del fiume Eufrate, che è controllata dalle forze del regime di Bashar el Assad, sia nella parte orientale, a est del fiume, che è sotto il controllo delle milizie curde.

Sei mesi fa un rapporto molto dettagliato scritto dall’analista Gregory Waters per il think tank Newlines Institute avvertiva che la ripartenza dello Stato islamico sarebbe avvenuta nella Badia, che è il nome di quella smisurata area desertica nel mezzo della Siria punteggiata da piccole città (una è Palmyra, luogo simbolo della guerra). Il rapporto rivelava che lo Stato islamico nella Badia era rimasto illeso dal disastro che era toccato al grosso del gruppo nel marzo 2018, quando era finito confinato in un fazzoletto di territorio a Baghouz, con donne e bambini al seguito, ed era stato costretto ad arrendersi.

Lo Stato islamico della Badia era invece rimasto a piede libero e come è nella natura del gruppo terrorista aveva cominciato a lavorare per diventare più grande. È quello che è successo. Gli esperti citati nell’analisi dicono che adesso conta tra i mille e i duemila combattenti, divisi in quindici /venti cellule sparse su un’area molto vasta che include alture aride e accidentate dove si possono nascondere con facilità. Lo Stato islamico per finanziarsi estorce una tassa di protezione alle compagnie di autotrasporti che attraversano la regione che in media è di diecimila dollari al mese. Dispone anche di un buon sistema di allerta perché anticipa le operazioni di rastrellamento, si sposta ed evita perdite. Per poi tornare ad attaccare appena può. Il regime così ha scelto una strategia di contenimento, quindi non li combatte ovunque perché non ne ha la forza e tenta di fare in modo che non arrivino a colpire le città fuori da quel territorio.

Lo Stato islamico si muove con abbastanza libertà anche grazie a ufficiali corrotti del regime, che accettano bustarelle, e riesce ad attraversare il fiume Eufrate e gli altri confini e ad accedere alle zone curde. In pratica, la corruzione del regime siriano aiuta il recupero dello Stato islamico. Anche le milizie curde, secondo un servizio della Bbc di quattro giorni fa, sono impotenti: di notte in certe zone rifiutano di [continua… …]

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