L’Amministrazione Trump ha lanciato un attacco diplomatico senza precedenti contro la Cina, che ritiene responsabile della pandemia catastrofica che negli ultimi quattro mesi ha sconvolto il mondo. Lo fa perché deve distrarre l’opinione pubblica dall’operato disastroso della Casa Bianca, che ha reagito con lentezza alla crisi, lo fa perché a novembre ci sono le elezioni e per Trump reinventarsi come uomo forte contro il pericolo Cina è un’ottima strategia per creare contrasto con Joe Biden, il democratico che lui accusa di essere soft con Pechino, e lo fa anche perché la Cina ha davvero delle responsabilità gravi.

Domenica il segretario di Stato, Mike Pompeo, ha detto in un’intervista alla rete americana Abc che l’intelligence avrebbe “prove enormi” del fatto che il virus è uscito dal laboratorio di Wuhan (a Wuhan, la città cinese che è stata il primo focolaio al mondo, c’è un centro di ricerca cinese dove si studiano virus pericolosi). In realtà l’intelligence americana ha già detto di non avere prove per sostenere questa tesi, ma il segretario non se ne cura. E’ sopravvissuto a tutti i cambiamenti fatti in questi anni da Trump nell’Amministrazione perché è sempre in sintonia con il presidente, non si è mai dovuto rimangiare alcuna dichiarazione e quando parla è come se parlasse il suo diretto superiore. Poche ore dopo Trump stesso ha detto in tv che la Cina ha fatto un errore orribile e che poi “ha tentato di coprire tutto”, “ma era come un incendio, non riesci a nascondere un incendio”. Trump ha anche detto che a gennaio l’intelligence gli disse che l’epidemia non era un gran pericolo – e questa è una cosa non vera, ci sono i rapporti che provano il contrario. Lo show del presidente domenica sera è stato meno potente di quello di Pompeo, ma la nuova rotta dell’Amministrazione americana è tracciata, c’è una sfida politica alla Cina con pochissime possibilità di ritorno.

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Il presidente ha molto materiale per sostenere le sue accuse. Il regime cinese ha davvero una parte di responsabilità nella pandemia, per mesi ha censurato le notizie, le testimonianze, le immagini e i video della crisi e questo spiega perché quando il virus si è allargato al resto del mondo in moltissimi si sono fatti cogliere impreparati. Se le immagini con i cadaveri di Wuhan fossero circolate molto anche davanti agli occhi del pubblico invece che soltanto fra gli addetti ai lavori, il livello di consapevolezza internazionale sarebbe stato molto diverso. Non ci sarebbe stata quella fase imbarazzante nella quale molti minimizzavano il pericolo e sostenevano che il Covid-19 “è soltanto poco più di un’influenza”. Per settimane preziose mentre l’epidemia già circolava anche in Italia, c’era ancora la convinzione che fosse di nuovo un affare tutto asiatico come era stata la Sars nel 2003. La Cina ha tentato di nascondere l’esplosione della malattia e si è arresa soltanto perché non ci è riuscita e per questo, molto più che per le accuse contro il laboratorio di Wuhan che nel caso migliore sono indimostrabili, sente di essere in una posizione scoperta e vulnerabile. La contro-campagna di propaganda cinese per negare ogni responsabilità è già fortissima – di recente l’Unione europea ha modificato un suo rapporto sulla pandemia per attenuare i riferimenti alla Cina dopo avere ricevuto pressioni da Pechino.

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Trump domenica ha ammesso che i morti negli Stati Uniti arriveranno a centomila, è in guai enormi. La sua incapacità di vedere che la crisi stava arrivando e la sua lentezza nel reagire stanno facendo l’impossibile, stanno erodendo il consenso nella sua base di fedelissimi – che in questi anni sembrava inscalfibile. Secondo un sondaggio del Public Religion Research Institute sta perdendo consensi negli stati in bilico che saranno decisivi per le elezioni di novembre, come Pennsylvania, Michigan, Wisconsin, Florida, Arizona e North Carolina e, ed è più grave, sono i consensi degli elettori che avrebbero votato per lui sempre e comunque. Il suo indice di approvazione fra i bianchi cristiani è sceso dal 75 per cento al 48 per cento tra marzo e aprile. L’approvazione tra i bianchi senza una laurea al college, un altro sottogruppo dove lui andava forte, è scesa dal 66 per cento al 54 per cento. L’approvazione generica per Trump tra gli over 65 è passata dal 52 al 46 per cento. E’ difficile descrivere la sua gestione della crisi come meno che disastrosa. Nel tentativo di mitigare il danno ha persino smesso di partecipare alla conferenza stampa quotidiana, quella che sarà sempre ricordata per l’edizione del 23 aprile nella quale lui ha chiesto se per caso non sarebbe possibile iniettare disinfettante nei malati per uccidere il virus. Era sarcasmo, ha detto poi. Ora arriva la sfida con Pechino.

Pubblicato su Il Foglio