L’Amministrazione Trump è entrata nella seconda fase della crisi da coronavirus. La prima è durata pochi giorni ed era quella della minimizzazione del rischio. Il presidente durante un comizio venerdì sera nella Carolina del sud aveva descritto l’epidemia come una bufala molto pubblicizzata dai democratici per danneggiarlo – il giorno dopo c’è stato il primo decesso – e otto giorni fa aveva twittato che “tutto è sotto controllo”. Non poteva durare, perché il numero di contagiati americani cresce secondo la progressione matematica che abbiamo imparato a conoscere in Italia e per ora ha superato il centinaio – sparsi fra diversi focolai. La Borsa la settimana scorsa ha dato segni di panico con le perdite peggiori dal 2008 perché non era molto convinta dalle rassicurazioni del governo. Come hanno spiegato alcuni esperti al Washington Post, il virus è in territorio americano da almeno sei settimane, quindi da gennaio, e adesso è soltanto questione di scoprire dove salteranno fuori i raggruppamenti più pericolosi – o più veloci a espandersi – di ammalati. L’Amministrazione ieri ha detto che entro la settimana avrà a disposizione mezzo milione di kit per fare i test, ma il numero di laboratori che possono analizzare i risultati è sempre quello quindi c’è un collo di bottiglia. È probabile che più aumenteranno i test fatti e più aumenterà il numero di contagiati.

Ora siamo quindi alla seconda fase della crisi. Il Wall Street Journal dice che si sta pensando di usare i fondi accantonati in caso di disastro nazionale per pagare ospedali e medici ai 27 milioni di americani non assicurati – è una misura che potrebbe rallentare il contagio, perché i non assicurati in caso contrario potrebbero evitare gli ospedali per paura di dover pagare le spese mediche. In pratica si tratterebbe di un allargamento eccezionale della copertura sanitaria: il sogno di Bernie Sanders, fatto però da Trump (e soltanto per il coronavirus). La comunicazione della Casa Bianca è cambiata di colpo, non minimizza più, e tutti i messaggi e le dichiarazioni che riguardano l’epidemia di coronavirus devono prima passare dalla nuova task force contro il virus guidata dal vicepresidente americano Mike Pence. Intanto lui stesso è incappato in un incidente, perché venerdì è andato in un’accademia militare a Sarasota, in Florida, a stringere le mani ai cadetti ma uno di loro (non presente) è in quarantena per possibile contagio e quindi ci si è chiesti se c’è la possibilità di una trasmissione dai cadetti al vicepresidente. Sembra da escludere, perché ieri Pence è andato al Congresso per parlare sia con i repubblicani sia con i democratici, vuole che la politica risponda in modo bipartisan e trasmetta l’idea di un paese unito. I democratici vogliono alzare assieme ai repubblicani i due miliardi e mezzo di dollari del pacchetto anti-epidemia promesso da Trump a sette miliardi di dollari perché considerano la cifra insufficiente e continuano a essere molto critici contro il presidente. Loro lo accusano di avere sottovalutato la situazione, lui risponde che fanno così soltanto perché sono in campagna elettorale.

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Il controllo più stretto sulla comunicazione da parte della Casa Bianca è la ragione che spiega perché uno degli esperti più rispettati del paese, Anthony Fauci, capo dell’Istituto per lo studi delle malattie infettive e consigliere della Casa Bianca da decenni, non potrebbe più secondo il New York Times fare dichiarazioni dirette ai giornalisti a meno che prima non chieda il permesso (lui smentisce che sia così). Anche i comandanti dei contingenti di soldati americani all’estero – e molti sono in paesi a rischio, come l’Italia e la Corea del sud – devono coordinarsi con il governo prima di prendere misure drastiche. Il significato di queste disposizioni è chiaro: l’Amministrazione vuole mantenere il controllo dei messaggi che arrivano agli americani in tempo di epidemia perché pensa che sia uno dei campi più importanti da sorvegliare. Teme l’effetto panico e le sue conseguenze. Anche perché le previsioni non sono per nulla buone. Proprio l’esperto Fauci in un’intervista a Politico di ieri dice che si aspetta un impatto grave della malattia sugli americani, “un giorno ci gireremo indietro e penseremo a questi giorni e diremo: ce la siamo vista davvero brutta”. Inoltre smentisce che il vaccino sarà trovato in tempi brevi: “Ci vorrà almeno un anno o anche diciotto mesi, non è possibile ottenerlo prima”. Lunedì il presidente Trump aveva fatto un incontro con le case farmaceutiche per prepararsi alla crisi. In pratica si è trasformato in una richiesta singola e pressante di Trump: quanto ci metterete per trovare il vaccino?

I democratici vogliono portare da due a sette miliardi di dollari il fondo stanziato per combattere l’emergenza. In questa seconda fase di gestione della crisi il governo americano ha anche vietato l’ingresso nel paese a chi è stato in Iran negli ultimi 14 giorni – perché è un paese dove il numero degli infetti è altissimo – e chiede di non recarsi nelle zone di Italia e Corea. Trump nei giorni scorsi aveva invitato la Federal Reserve a tagliare i tassi di interesse e ieri è successo, la Fed ha tagliato il costo del denaro di mezzo punto e non succedeva dal 2008, ma il presidente ha detto di non essere ancora soddisfatto.

A New York, quindi dalla parte opposta del paese rispetto al focolaio principale nello stato di Washington, è stato trovato un secondo caso, dopo la donna appena arrivata dall’Iran e risultata positiva al test. Il governatore dello stato di New York, Mario Cuomo, vuole modificare la legge per obbligare i datori di lavoro a pagare ai dipendenti assenti per malattia oppure in quarantena. La legge, oltre a proteggere di più i lavoratori, ha una sua ratio contro il virus perché si teme che le persone nascondano di essere malate per non perdere giornate di lavoro e quindi facilitino la diffusione del virus.

Pubblicato Su Il Foglio il 4 marzo 2020