La liberazione dei pescatori a Bengasi è un’operazione brillante sul piano politico interno, quindi vista dall’Italia, ma è un disastro umiliante sul piano internazionale. Partiamo dalla brillantezza. Nel giorno della verifica di governo per il premier Giuseppe Conte, che coinvolge anche il suo controllo sui servizi segreti, lui va in Libia assieme al capo dell’Aise (i servizi segreti che si occupano di quello che succede all’estero), Gianni Caravelli, e si fa restituire gli equipaggi di due pescherecci italiani sequestrati da quasi quattro mesi. E’ il risultato di una trattativa serrata condotta dall’Aise ed è una risposta a chi lo critica: questo tandem fra me e i servizi segreti funziona, perché volete toccarlo? Manca una settimana a Natale e le famiglie di Mazara del Vallo che non sapevano più come ottenere la liberazione dei loro cari se li vedono consegnati indietro. Molto bene.

Sul piano internazionale è la prova che l’Italia non ha più credibilità e non ha più capacità di deterrenza nel Mediterraneo, che è la regione che conta di più per noi e in questi anni sta diventando un territorio sempre più teso e ostile. La dimostrazione di debolezza non potrebbe essere più plateale. Khalifa Haftar, il signore della guerra libico che controlla una città delle dimensioni di Palermo e ha ai suoi ordini circa ventimila uomini armati, convoca al suo cospetto due leader di una nazione del G7 come condizione per la liberazione dei pescatori – perché è impensabile che siano stati gli italiani a proporre il viaggio – e i due sono costretti ad accettare. Quando ieri Rocco Casalino, portavoce di Conte, manda via Whatsapp ai giornalisti la sua geolocalizzazione dentro all’aeroporto di Bengasi (ma solo per “un errore del telefono”, ha detto ieri al sito del Foglio) non può ricordare che quello è lo stesso luogo che faceva da base per un contingente di incursori italiani mandato lì cinque anni fa. I soldati italiani, assieme a francesi e americani, facevano da osservatori e consiglieri militari durante la battaglia di Haftar contro le milizie islamiste che occupavano metà della città. In quell’aeroporto in questi anni atterrava il Falcon dei servizi segreti che ogni due settimane portava il vice dell’Aise a parlare con Haftar, perché l’Italia teneva ad avere relazioni strette con il generale. C’era un rapporto diverso.

Ed ecco come siamo arrivati alla convocazione di ieri. Nel 2019 Haftar ha aggredito la capitale del paese, Tripoli, con l’intenzione di conquistarla in quarantotto ore, invece l’assedio si è trasformato in una guerra civile da migliaia di morti e lui è stato ricacciato indietro malamente dall’intervento militare della Turchia. Altri stati sono arrivati a sostenere Haftar e hanno fatto della battaglia per Tripoli una “proxy war”. Il generale libico ha cominciato a non ascoltarci più e infatti ha ignorato le iniziative diplomatiche europee e italiane. Ha accettato la fine temporanea della guerra questa primavera soltanto perché ha perso.

Il primo settembre il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, fa la consueta doppia visita in Libia come aveva già fatto tre volte nei dieci mesi precedenti. Vola a Tripoli per parlare con i libici dell’ovest e poi vola a Tobruk per incontrare i libici dell’est. Si vede con il capo politico della regione, Aguila Saleh, e con lui parla di grandi progetti imprenditoriali come l’Autostrada della Pace, un progetto che risale ai tempi di Gheddafi e Berlusconi e potrebbe coinvolgere aziende italiane. Ma snobba il capo militare Haftar – ancora intento a meditare sulla sconfitta. Il generale si risente, è un colpo al suo status. Poche ore dopo quando cala il buio quattro libici armati a bordo di due imbarcazioni (non è un modo di dire, erano davvero quattro) si avvicinano a una flottiglia di nove pescherecci italiani impegnati nella pesca dei gamberi al largo della costa della Libia e intimano ai due sulla linea di fuoco delle loro armi di seguirli a Bengasi.

I pescherecci avvisano la Marina militare, ma si decide di non intervenire un po’ perché non ci sono le forze adatte a portata utile e un po’ perché si preferisce la via diplomatica. Quella è un’area contesa di mare, da anni i libici accampano pretese irrealistiche e a volte fermano un peschereccio, si tengono i gamberi e lo fanno ripartire dopo qualche ora. Questa volta però Haftar decide di trasformare il sequestro in un caso internazionale. Ordina di imprigionare i pescatori.

FOTO: LaPress

Pubblicato sul Foglio, qui la versione integrale

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