Duecentomila dosi di vaccino, prodotte dall’azienda cinese Sinopharm, hanno viaggiato su un volo charter dell’Air Senegal da Pechino a Dakar. All’arrivo, pochi giorni fa, erano presenti il presidente del Senegal Macky Sall e l’ambasciatore cinese nel paese africano. Come tante altre nazioni del continente, che attendono il realizzarsi dei programmi sostenuti dall’Oms e dall’Unione Africana, il Senegal ha rivolto lo sguardo a Pechino per sconfiggere la pandemia da Covid-19 e avviare la propria campagna di vaccinazioni.

È la voce ufficiale della Cina in lingua inglese, Il quotidiano Global Times, a descrivere nei numeri il successo mondiale della “diplomazia dei vaccini”. Pechino ha già provveduto a rifornire di vaccini 53 Paesi in via di sviluppo; 43 milioni sono le dosi prodotte da Sinopharm e distribuite in tutto il mondo; i vaccini “made in China” sono stati inoculati ad almeno 8 leader mondiali, 80 linee di produzione create per far fronte a una capacità che, nei piani cinesi, dovrebbe raggiungere la cifra di 4 miliardi di dosi prodotte entro la fine del 2022.

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A maggio il presidente Xi Jinping aveva promesso che il vaccino cinese sarebbe diventato «un bene pubblico globale». Ad oggi, Xi non pare troppo lontano dall’aver mantenuto la parola data. Dopo le nazioni amiche, quali Cambogia e Pakistan, i vaccini cinesi hanno raggiunto il Brasile, l’Indonesia, gli Emirati Arabi, la Turchia, il Perù e il Cile. Ma è in particolare in Africa che la Repubblica Popolare raccoglie il maggior successo. La sperimentazione clinica di fase III del vaccino di Sinopharm, in parte condotta in Marocco tra gli over 60, ha evidenziato, ad esempio, un’efficacia generale dell’86% e una certa sicurezza. Ma il successo per la Cina è soprattutto di immagine. Quel famoso “soft power” che fino a questo momento non aveva mostrato. Un vantaggio da sfruttare in ambito geopolitico, per ridare smalto ai progetti, controversi e ancora in cantiere, legati alle Nuove Vie della Seta.

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Il 19 febbraio l’Africa ha superato la soglia critica dei 100mila morti di Covid, appena pochi giorni dopo l’anniversario del primo caso accertato di infezione rintracciato in Egitto il 14 febbraio del 2020. Quasi la metà di questi decessi è stata registrata in Sudafrica, secondo i dati diffusi dal Johns Hopkins Coronavirus Resource Center. Numeri fittizi, considerati i morti esclusi dalle classifiche ufficiali di cui forse non si saprà mai. Mentre il programma internazionale Covax, di cui anche la Cina è parte dallo scorso ottobre, non si è ancora tradotto in qualcosa di concreto, i vaccini cinesi si dimostrano più tempestivi e meno costosi. Oltre che più comodi per lo stoccaggio e la conservazione, che non necessita di temperature molto basse, richieste invece per quelli occidentali.

Sempre più evidente la sproporzione tra nazioni ricche e a basso reddito, che si traduce in diseguaglianza sanitaria. La rivista Science avverte che le vaccinazioni non sono ancora cominciate nell’Africa subsahariana, dove molti medici e operatori sanitari non sono stati immunizzati e continuano a morire. Non è un solo un obbligo morale, spiega la rivista, alleviare la disparità contribuirebbe alla ripresa economica globale, evitando inoltre che sorgano nuove varianti del virus. A tal proposito, in settimana il presidente francese Emmanuel Macron, parlando al Financial Times, ha esortato i Paesi occidentali ad alto reddito a trasferire il 3-5% delle dosi di vaccino ai Paesi africani.

Ma la Cina si era mossa prima, ha accettato il rischio di avviare le vaccinazioni prima della fine dei trial clinici, con l’intento dichiarato di vincere la “corsa al vaccino”. La prevenzione, il trattamento, la distribuzione del vaccino, la pandemia e la conseguente crisi economica erano stati il focus della cooperazione tra Cina e Africa per il 2020. A giugno, Xi aveva preso parte a un summit virtuale con 13 leader africani. A dicembre, ricorda The Diplomat, ha aperto in Etiopia l’African Centers for Disease Control, un progetto da 80 milioni di dollari finanziato dalle banche cinesi.

Il debito resta ancora un problema in Kenya, Zambia e Angola. Ma le relazioni tra Cina e Africa hanno visto un miglioramento netto nell’anno appena trascorso. Il prossimo Forum per la Cooperazione sino-africana, che si tiene ogni tre anni tra i rappresentanti di Cina e oltre 50 Paesi dell’Africa, si svolgerà quest’anno in Senegal. Tra i punti fondamentali, la cooperazione in ambito vaccinale.