Dopo tre settimane dal referendum che ha sancito l’indipendenza del Kurdistan iracheno, le forze armate del governo di Baghdad sono entrate a Kirkuk, città a maggioranza curda e snodo cruciale per le sorti del nord dell’Iraq e per il futuro assetto geopolitico dell’intero paese. Inizia così la seconda fase della guerra siro-irachena, che vede contemporaneamente i turchi in Siria avanzare verso Idlib.

Con la sconfitta dello Stato Islamico e dei suoi miliziani – oggi in rotta da Raqqa e Mosul verso il deserto siro-iracheno, dove contano di riorganizzarsi – nei due paesi si sono venuti a creare una serie di vuoti di potere che in molti desiderano colmare. L’Iraq, in particolare, è sempre più preda di appetiti internazionali. A cominciare da quelli delle due preminenti potenze regionali, l’Iran e la Turchia. Nonostante questo, ha comunque aperto un nuovo fronte nel nord-est, attaccando il de facto Kurdistan e giocando così d’anticipo sulla scissione della sua più ricca regione.

Le mire turche e iraniane

Per Teheran e Ankara non si tratta solo di nuove opportunità oltrefrontiera, ma anche di una questione nazionale. In Turchia e Iran, i curdi rappresentano una parte della popolazione estremamente significativa: sono rispettivamente il 18% (14,7 milioni) e oltre il 10% (8,1 milioni) del totale. Un dato che evidenzia come la presenza di queste enclave etniche possa costituire nel futuro prossimo una seria minaccia alla sovranità nazionale dei due paesi. Così come lo è stata per l’Iraq, dove i curdi sono 5,5 milioni su una popolazione totale di 32 (circa il 17%).

Teheran vorrebbe veder rinascere in Iraq uno stato unitario, ma soprattutto un governo compiacente al volere degli Ayatollah, per continuare a espandere la propria influenza lungo quel corridoio immaginario che, passando dalla Mesopotamia, raggiungerebbe  il Mediterraneo. E sarebbe probabilmente disposto ad appoggiare anche un governo alternativo a quello attuale di Al Abadi, magari guidato dall’ex premier Nouri Al Maliki, che sembra particolarmente incline a soddisfare le volontà espansionistiche iraniane. Anche per questo motivo, gli Ayatollah non possono che vedere con favore l’incursione di Baghdad dentro Kirkuk. La guerra indebolirà entrambi.

L’Iraq è sempre più preda di appetiti internazionali, a cominciare dalle potenze regionali come l’Iran e la Turchia e deve guardarsi da più fronti

La Turchia, che teme non poco l’attivismo dell’Iran, sinora ha punta a riappropriarsi di quella regione settentrionale che fu già sua ai tempi dell’Impero Ottomano. Per fare questo, in passato ha favorito anche gli uomini del Califfato. Ma oggi, persa quell’occasione, si vede costretta a impiegare direttamente le proprie forze in territorio iracheno, che puntano in direzione Mosul. Una cosa simile la sta facendo anche in Siria, dove le forze di Ankara avanzano per occupare la provincia di Idlib e sostituirsi ai jihadisti, evitando che quell’area cada in mano alle forze pro-iraniane e che i curdi siriani blindino l’intero confine tra Turchia e Siria.

 

Oltrefrontiera_Iraq

La posizione di Russia e Stati Uniti

Quanto a Russia e Stati Uniti, il Cremlino per il momento resta a guardare l’evolversi della situazione quasi con indifferenza, visto che da questa guerra ha già conseguito i risultati che desiderava: mantenere l’amico Bashar Al Assad al potere e disporre di uno sbocco sul Mediterraneo nella provincia di Latakia.

Mentre la Casa Bianca non ha ancora deciso fino a che punto è opportuno continuare ad appoggiare i curdi e le altre milizie arabe che hanno reso possibile la caduta dello Stato Islamico nel nord iracheno. Per Washington, infatti, uno stato di guerra permanente di certo sarebbe più redditizio, perché significherebbe continuare a rifornire praticamente tutto il Medio Oriente di armi.

La Casa Bianca non ha ancora deciso fino a che punto è opportuno continuare ad appoggiare i curdi, o se invece è più redditizio puntare su uno stato di guerra permanente

Donald Trump, uno dei presidenti più divisivi della storia recente americana, punta apparentemente sul sostegno a tutte quelle forze che si oppongono all’Iran. Difatti, il regime degli Ayatollah è tornato a essere lo spauracchio per la politica estera americana in ragione della sua minaccia nucleare. Dunque, a ricasco la sua Amministrazione potrebbe finire col non opporsi se non formalmente a quell’indipendenza che i curdi puntano a dichiarare entro un anno dal referendum del 25 settembre.

La questione petrolifera

In mezzo a tutto ciò, c’è la delicata questione petrolifera: nel sottosuolo di Kirkuk sono intrappolate enormi riserve di idrocarburi – le stime oscillano tra i 12 e i 15 miliardi di barili – e da qui ogni anno si estrae qualcosa come il 30% della produzione totale del greggio iracheno. Anche se la guerra ha ridotto il suo potenziale estrattivo e deteriorato la condizione di diversi pozzi, la provincia di Kirkuk rappresenta ancora una vena d’oro per l’economia nazionale.

Nel sottosuolo di Kirkuk sono intrappolate enormi riserve di idrocarburi: tra i 12 e i 15 miliardi di barili, pari al 30% della produzione totale del greggio iracheno

Per questo, Baghdad non può permettersi di perderla. E sempre per questo motivo il KDP, il principale partito politico curdo iracheno che ha lottato duramente per ottenere un’amministrazione indipendente, non intende arretrare. A guidare il Kurdistan verso la sconfitta del Califfato e il referendum del 25 settembre è stato Mahmoud Barzani, soprannominato “il leone del Kurdistan”. Insieme con i peshmerga, la potente armata del Nord che conta ben 115 mila unità e che si è intestata le principali vittorie contro il Califfato, sarà lui a guidare i curdi iracheni verso un compromesso o, come sembra più probabile, verso uno scontro aperto con il governo centrale. È iniziata così la seconda fase della guerra siro-irachena.

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