Gerusalemme è il nostro onore, la nostra causa comune e la nostra linea rossa ed è dovere comune di tutti i musulmani abbracciare la causa palestinese». Con queste parole il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha condannato la decisione di fare della città contesa la capitale d’Israele, come annunciato questo dicembre dagli americani. Al coro degli indignati per la scelta di Donald Trump, si sono aggiunti Giordania, Arabia Saudita e numerosi altri paesi arabo-musulmani. Ma, a dirla tutta, queste dichiarazioni, così come quella di Erdogan, non hanno una vera sostanza e appaiono più che altro una posa. E il perché è nell’analisi che segue.

Le relazioni tra Israele e Turchia si erano fortemente deteriorate, al punto da arrivare al ritiro dei rispettivi ambasciatori nel 2010 in seguito alla vicenda della Mavi Marmara, quando cioè durante la spedizione della Freedom Flotilla che voleva forzare il blocco imposto dagli israeliani a Gaza nel 2006, morirono dieci attivisti turchi in scontri a fuoco con le forze d’assalto israeliane.

Dopo sei anni di tensioni, Israele e Turchia hanno però riallacciato i contatti diplomatici il 16 novembre 2016, quando il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha nominato il nuovo ambasciatore di Ankara a Tel Aviv, dopo che già a giugno a Roma erano stati fatti i primi passi in avanti verso una normalizzazione dei rapporti. In quel contesto, la Turchia ha ottenuto la rimozione del blocco di Gaza, ma la contropartita è valsa a Israele un appello turco ad Hamas – l’organizzazione terroristica che controlla la Striscia – a moderare le attività antisraeliane, pena un diminuito sostegno alla loro causa.

Hamas, emanazione palestinese della più grande organizzazione nota come Fratellanza Musulmana, è supportata dai paesi sunniti della regione e alleato storico della Turchia. Perciò, la voce di Ankara su Hamas ha un certo peso. Prova ne sia che a partire dalla presa di distanza turca, l’organizzazione palestinese ha conosciuto una progressiva perdita di credito e di potere nella regione. Complici anche altri fattori sui quali si può qui soprassedere.

Ciò detto, non dev’essere costato troppo alla Turchia prendere le distanze da Hamas e dalla Fratellanza, considerato che il presidente Erdogan ha scelto di puntare su una “terza via” tutta turca come modello per un Islam politico, che ha fatto del paese a cavallo tra Europa e Medio Oriente un esperimento tuttora in corso su come conciliare potere e religione islamica (uno dei motivi per cui Erdogan viene spesso appellato come il “Sultano di Ankara”).

 

Gli interessi energetici in comune

 

Alla base del riavvicinamento tra Israele e Turchia, c’erano (e ci sono) però soprattutto enormi interessi energetici in gioco. A partire dalla costruzione del gasdotto che consentirebbe a Israele di commercializzare nei mercati europei il proprio gas naturale estratto dal gigantesco giacimento off shore Leviathan. Scoperto nel 2010, il giacimento inizierà a essere operativo dal 2019: secondo le stime, contiene 535 miliardi di metri cubi di gas per la cui vendita sono già in prima linea Giordania ed Egitto, con i quali sono stati firmati importanti accordi preliminari. A questo si aggiunge il giacimento Tamar, scoperto da Israele nel 2009 ed entrato in attività nel 2013, che le stime valutano in 238 miliardi di metri cubi di gas.

Affermarsi come Paese esportare di gas è un’ambizione che Israele sta coltivando da anni nella sua Zona economica esclusiva nel Mar Mediterraneo. Per questo, tanto Ankara quanto Giordania ed Egitto, con i quali i rapporti non sono mai stati migliori, guardano a Gerusalemme come un futuro partner e non più come un “nemico degli arabi”.

Si aggiunga che l’idea di Erdogan per la regione durante il conflitto siro-iracheno era sostanzialmente tesa a ricalcare i fasti dell’Impero Ottomano. Per questo, la sua politica estera ha puntato ad assoggettare quelle aree di Siria e Iraq che Ankara considera tuttora il suo naturale bacino di pertinenza, cioè il territorio che per circa cinquecento anni è stato dominio ottomano e che al tempo si estendeva tra Mosul e Raqqa.

Per fare ciò, Ankara ha inizialmente favorito l’espansione dello Stato Islamico e solo dopo, con il progressivo arretrare del Califfato, ha schierato direttamente truppe turche a presidiare il terreno perso dallo Stato Islamico, rivelando così ancor più chiaramente quali ambizioni geopolitiche nutra sopra la regione. Dopodiché, ha rivolto le armi contro gli stessi uomini dello Stato Islamico che aveva inizialmente incoraggiato. Il che rivela tutta la spregiudicatezza turca, di cui Israele deve tenere conto nel soppesare i rapporti diplomatici. Ma, al tempo stesso, questo rivela anche la natura anti-sciita e dunque anti-iraniana dei turchi. E, in questo senso, la vicinanza a Israele torna ad essere strategica.

 

Conclusioni

 

Fare affari con Gerusalemme nel Mediterraneo e arginare l’espansionismo di Teheran nella regione sono dunque ragioni sufficienti per far ritenere che Ankara finga molto diplomaticamente d’indignarsi per la scelta dell’alleato americano, quando invece il paese membro della NATO è disposto a passare sopra a tutto ciò per puro interesse. Per Tel Aviv, invece, l’intesa con Ankara può davvero contribuire a rafforzare l’argine geopolitico, esteso ormai anche all’Arabia Saudita, che permetterebbe a Israele di contrastare efficacemente le iniziative espansioniste iraniane nella regione.

Al netto di questi interessi convergenti, Turchia e Israele restano al contempo distanti. Il governo israeliano sa che Ankara è un alleato imprevedibile e la sua recente storia – compreso il fallito golpe del 15 luglio 2017 – lo testimonia. Il principale nodo da sciogliere rimane quindi nei rapporti tuttora ambigui con Hamas. Secondo Mossad e Shin Bet (i servizi segreti esterni e interni israeliani), la Turchia garantisce ancora oggi rifugio a diversi leader militari palestinesi. Su questo fronte, un’intesa tra i due paesi adesso che Gerusalemme è nell’occhio del ciclone, diventa molto più complicata. D’altronde, dopo anni di gelo diplomatico, aspettarsi in poco più di un anno la risoluzione di ogni questione in sospeso tra i due Stati, è obiettivamente fuori portata.