Venezuela sta in spagnolo per “Venezietta” o “Veneziucola”, appellativo che con una punta di sprezzo nel 1499 Alfonso de Ojeda, al seguito di Amerigo Vespucci, appioppa alle case su palafitte degli indios della laguna di Maracaibo. Cristoforo Colombo ci è già arrivato nell’agosto dell’anno prima, avvistando le foci dell’Orinoco e coniando il nome di “Tierra de Gracia”, perché la natura lussureggiante gli ha ricordato l’Eden biblico.

In effetti, il Venezuela è uno dei Paesi con la maggior varietà biologica e geografica della terra, come peraltro i suoi vicini. Metà del territorio è jungla, che fa blocco con la grande foresta pluviale sud-americana. Un altro quarto, dove vive oltre la metà dei venezuelani, è costituito dalle propaggini orientali della grande Cordigliera continentale.

Ma se è il triangolo di Mar dei Caraibi, Amazzonia e Ande a segnare i confini, è però l’immensa pianura dei Llanos il cuore del Venezuela. Non solo nel senso strettamente geografico. Decimati dai germi, dalle zanzare e dai serpenti delle praterie tropicali, i “llaneros” – manciate di vaccari che andavano appresso alle mucche nel loro eterno andirivieni tra le montagne e le rive dell’Orinoco – sono sempre stati quattro gatti. Ma, nell’identità venezuelana, hanno lo stesso ruolo mitico dei cowboy nell’immaginario statunitense, dei “gauchos” in quello argentino o dei beduini in quello arabo. Nei Llanos è nato anche Hugo Chávez1, il 28 luglio 1954, in un villaggio di un migliaio di abitanti dal nome di Sabaneta.

Tratto dal libro
Adiós Venezuela
di Maurizio Stefanini