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Strage a Kabul: i talebani rispondono a ISIS

Strage a Kabul: i talebani rispondono a ISIS

Oltre 90 morti e più di 160 feriti. È questo il bilancio, ancora provvisorio, dell’attacco kamikaze condotto con un’autoambulanza carica di esplosivo avvenuto il 27 gennaio nel centro di Kabul, vicino alla vecchia sede del ministero dell’Interno. Una strage che richiama con forza l’attenzione internazionale sulla minaccia talebana in un Paese falcidiato anche dagli attacchi effettuati con sempre più frequenza da cellule affiliate allo Stato Islamico (ISIS Wilayat Khorasan). Nello scontro tra le due organizzazioni, scandito da bombe e rivendicazioni, sono centinaia i civili che stanno perdendo la vita con i contingenti militari stranieri (in testa quelli degli Stati Uniti) incapaci di porre fine alle violenze.

Chi sono i talebani

La figura dei talebani emerge nei primi anni Novanta nel nord del Pakistan, in concomitanza con il ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan, costrette alla resa dalla resistenza dei mujaheddin. Gruppo di etnia a maggioranza Pashtun, si forma nelle scuole coraniche “madrasse”. È guidato sin dall’inizio dalla guida spirituale Mullah Omar, ancora oggi uno dei terroristi più ricercati al mondo, nascosto secondo alcuni nella città pakistana di Quetta.

Il primo vero salto di qualità arriva nell’autunno del 1994, quando con i finanziamenti dell’Arabia Saudita – che da tempo facevano pressione su quest’area dell’Asia Centrale affinché prevalesse una visione radicale dell’Islam sunnita – i talebani assumono il comando del Paese imponendo una rigida applicazione della Sharia (la legge islamica) con esecuzioni pubbliche contro chi commette reati o si macchia di adulterio, l’obbligo per gli uomini di farsi crescere la barba, per le donne di indossare il burka, il divieto per tutti di guardare la televisione e ascoltare musica e per le ragazze sopra i dieci anni di andare a scuola.

Inizialmente gli “studenti” guerriglieri hanno presa sulle popolazioni al confine tra l’Afghanistan e il Pakistan ponendosi come l’unica forza in grado di garantire la sicurezza, il controllo dell’ordine pubblico e la continuità dei commerci. Si impossessano prima della provincia di Herat, al confine con l’Iran, nel settembre del 1995. Poi, un anno dopo, rovesciano il regime del presidente Burhanuddin Rabbani e del suo potente ministro della difesa, Ahmed Shah Masood, mettendo le mani su Kabul. Nel 1998 controllano quasi il 90% di tutto l’Afghanistan.

In questi anni il ruolo del vicino Stato del Pakistan è stato sempre molto ambiguo, anche se ormai non vi sono dubbi sul fatto che molto degli afghani che inizialmente hanno aderito al movimento talebano sono stati istruiti nelle madrasse pakistane. Il Pakistan è stato inoltre uno dei soli tre Paesi, insieme ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ad aver riconosciuto il governo dei talebani dalla metà degli anni 1990 fino al 2001. Ed è stato l’ultimo Paese a interrompere i rapporti diplomatici con loro.

La storia dei talebani, così come quella del mondo, cambia dopo gli attacchi dell’11 settembre del 2001. Il 7 ottobre dello stesso anno, una coalizione militare internazionale guidata dagli Stati Uniti invade l’Afghanistan e la prima settimana di dicembre il regime talebano crolla. Da allora però, nonostante il costante invio di truppe e le migliaia di morti, l’AF-PAK resta una polveriera, con governi deboli, confini porosi o inesistenti e in balia delle spinte dei talebani e degli altri gruppi terroristi operativi in quest’area.

 

Il profilo del leader Mullah Haibatullah Akhundzada

Dalla morte dello storico capo dei talebani Mullah Omar, ufficializzata alla fine del luglio del 2015 ma avvenuta due anni prima, alla guida dell’organizzazione si sono succeduti il mullah Akhtar Mansour – ucciso nel maggio del 2015 da droni americani nella provincia pakistana sud-occidentale del Baluchistan – e successivamente l’attuale leader Mullah Haibatullah Akhundzada.

Vice di Mansour, si tratta di un’influente figura religiosa in Afghanistan, in passato a capo del sistema dei tribunali talebani e autore negli ultimi anni di una serie di fatwa che ha portato a sanguinari attacchi contro le truppe governative afghane e le forze internazionali presenti nel Paese. Akhundzada potrebbe avere tra i 45 e i 50 anni. Appartiene alla tribù dei Noorzai che risiedono nella roccaforte talebana del distretto Panjwai nella provincia di Kandahar. La sua provenienza e le credenziali religiose che vanta (finora ha diretto il Consiglio religioso degli Ulema), gli stanno consentendo di avere un maggiore controllo sull’intera organizzazione a differenza, compresi i rami più periferici, a differenza del suo predecessore al quale non è mai stato riconosciuto in modo unanime il ruolo di guida spirituale. Proprio per garantire l’unità dei talebani, vice di Akhundzada erano stati nominati Sirajuddin Haqqani, signore della guerra di etnia pashtun e leader della rete degli Haqqani responsabile di attacchi e attentati di alto profilo a Kabul negli ultimi anni, e Muhammad Yaqub, il figlio maggiore del Mullah Omar.

Cosa rischia l’Italia

L’Italia è tra i più esposti sul piano militare nella guerra contro i talebani con circa 1.037 militari, suddivisi tra Kabul ed Herat (900 unità), che svolgono compiti di addestramento, consulenza e assistenza delle forze armate afghane. Gli USA considerano l’Italia «un alleato chiave nella lotta al terrorismo» come detto da Trump nell’incontro avuto con il premier Paolo Gentiloni alla Casa Bianca nell’aprile 2017.

Sul destino dell’impegno italiano in Afghanistan indiscrezioni erano riprese a rincorrersi nel febbraio dello scorso anno, dopo che il generale John Nicholson, comandante di Resolute Support  (missione NATO iniziata il primo gennaio del 2015 in sostituzione della missione ISAF) parlando di fronte alla commissione Forze armate del Senato americano aveva parlato della necessità di ricevere «diverse migliaia di soldati» dai paesi alleati per eliminare definitivamente la minaccia talebana.

Dopo aver accettato di prolungare la permanenza dei nostri contingenti in Afghanistan fino al 31 dicembre 2016, a seguito della richiesta rivolta da Obama all’ex premier Matteo Renzi, adesso all’Italia potrebbe essere chiesto un nuovo sforzo. Al netto dell’importanza strategica di questo scacchiere e della centralità dell’alleanza con gli Stati Uniti, la domanda che tutti tornano a porsi è sempre la stessa: la stabilizzazione dell’Afghanistan rappresenta davvero una priorità per l’Italia? O ci sono altre aree, come il Mediterraneo, che meriterebbero non solo un nostro impegno maggiore ma anche un contributo più significativo e determinato da parte dei nostri alleati?