Centodieci miliardi di dollari per nuove forniture di armi, con l’obiettivo di far lievitare la commessa fino a 350 miliardi nei prossimi dieci. In più, altri 50 miliardi frutto di un accordo tra un network di società energetiche americane e la Saudi Aramco. Con la visita a Riad del 20 e 21 maggio, nella tappa iniziale del suo primo tour all’estero da capo della Casa Bianca, Donald Trump ha concluso un affare economico molto vantaggioso per gli Stati Uniti.

Quello che ha dovuto cedere in cambio a Riad si rifletterà adesso sul futuro della guerra in Yemen. Un conflitto dimenticato dalla maggior parte dei media internazionali, che dall’inizio del 2015 a oggi ha causato oltre 8mila morti e milioni di sfollati.

In base al patto stretto a Riad, gli USA non interferiranno più nei piani militari di Riad, garantendo anzi un supporto maggiore per ciò che concerne la condivisione di informazioni di intelligence, l’addestramento delle truppe saudite e la conduzione congiunta di operazioni speciali contro cellule jihadiste legate ad AQAP (Al Qaeda nella Penisola Araba) o Stato Islamico operative principalmente nel sud dello Yemen.

Pertanto verranno definitivamente archiviate le denunce – a dire il vero già molto blande ai tempi di Obama – che negli ultimi mesi Washington aveva pronunciato a più riprese per denunciare i massacri di civili causati dai bombardamenti dei caccia sauditi sulle città in mano ai ribelli sciiti Houti, con in testa la capitale Sanaa.

Il confronto con gli Emirati

Trovata a suon di riyal l’intesa win win con gli Stati Uniti, nella gestione della questione yemenita Riad deve però ora trovare un equilibro con gli Emirati Arabi Uniti, “ex alleati” sempre più decisi a giocare un ruolo dominante nel futuro assetto politico del Paese.

Il nuovo Consiglio di Transizione del Sud è stato il principale argomento di discussione tra il vice principe ereditario e ministro della Difesa saudita, Mohammed bin Salman, e il principe ereditario degli Emirati, Mohammed bin Zayed Al Nahyan, incontratisi a Riad lo scorso 21 maggio a margine dei summit che hanno avuto per protagonista l’ospite d’eccezione Donald Trump.

L’istituzione del Consiglio di Transizione del Sud è stata ufficializzata lo scorso 11 maggio con la “benedizione” degli Emirati. È composto da 26 membri, compresi i governatori di cinque provincie meridionali e diversi capi tribali. In sostanza, si tratta di un’autorità governativa rivale del governo legittimo del presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, spodestato dagli Houthi e sostenuto invece dall’Arabia Saudita in chiave anti-iraniana. A guidare l’organismo è l’ex governatore di Aden Aidarouss Al Zubaidi, membro di punta del gruppo separatista del sud dello Yemen Al Hirak. Collaborano al suo fianco Challen Al Shaei, ex capo della sicurezza di Aden, e Hani Ben Brik, ex ministro originario del governatorato di Hadramout. Tutti e tre sono stati licenziati poco tempo fa dal presidente Hadi e adesso, assumendo la guida del Consiglio di Transizione del Sud, puntano a ottenere l’indipendenza del sud. Se il loro piano dovesse concretizzarsi, sarebbe un ritorno ai tempi della Repubblica Democratica Popolare dello Yemen, sciolta a seguito dell’unificazione del Paese nel 1990.

Nel faccia a faccia di Riad, Mohammed bin Salman ha ottenuto dagli Emirati la promessa che non sosteranno la causa indipendentista del Consiglio di Transizione del Sud. Ma la sensazione è che la partita sia solo rimandata. Il principale nodo da sciogliere è il destino del presidente Hadi. Gli indipendentisti non intendono riconoscerne l’autorità ad Aden, dove da ormai due anni è stabilito il suo governo.

Hadi rappresenta dunque la pedina che Riad potrebbe essere costretta a sacrificare pur di non rompere definitivamente l’asse con gli Emirati. “Consigliarli” un passo indietro significherebbe per l’Arabia Saudita rinnegare il piano politico su cui ha finora puntato nella fallimentare campagna yemenita. Ma se questa dovesse essere l’unica soluzione per tenere a freno la ribellione degli Houthi, e arginare l’influenza dell’Iran nel Paese, i reali di Casa Saud non si farebbero scrupoli a cambiare strategia. D’altronde, gli affari sono affari. E dopo i massicci investimenti fatti in questa guerra, questo è un affare che Riad non può assolutamente perdere.