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Bitcoin: chi vieta (e chi no) le criptovalute

Bitcoin: chi vieta (e chi no) le criptovalute

Di fronte all’espansione del mercato delle criptovalute non tutti i Paesi stanno reagendo allo stesso modo. Alcuni Stati si sono mostrati da subito interessati ad adottare le valute digitali. È il caso di Russia e Venezuela, che secondo il New York Times starebbero pianificando di creare delle proprie monete virtuali per eludere le sanzioni americane. Altri Paesi si sono invece mostrati più cauti, limitandosi per il momento a munirsi di strumenti di controllo per monitorare l’andamento delle criptovalute. C’è chi, infine, hanno deciso di ostacolare da subito una loro possibile “invasione”.

Secondo una stima di Russia Today, si sono registrati finora tre tipi di risposta al fenomeno. Una prima risposta è quella data da un gruppo di Stati, 50 in tutto, che hanno deciso di dotarsi di sistemi di controllo per seguire passo dopo passo il modo in cui le criptovalute andranno a convivere (o collidere) con i sistemi valutari tradizionali. In questi Paesi le valute digitali sono state ufficialmente riconosciute come un sistema valido per effettuare pagamenti o altri tipi di attività finanziarie. Il gruppo comprende Stati Uniti, Unione Europea, Australia, Messico, Canada, Argentina, Venezuela, Sudafrica, Arabia Saudita, India, Iran, Regno Unito, Islanda, Bielorussia, Hong Kong, Taiwan, Georgia, Israele, Kenya, Malesia, Nuova Zelanda, Norvegia, Senegal, Singapore, Tunisia, Turchia, Filippine, Svizzera, Corea del Sud e Giappone.

Nel secondo gruppo rientra una cerchia di Paesi che si è detta «diffidente» nei confronti di Bitcoin e delle altre criptovalute. Al contempo, però, da parte dei governi di questi Stati ad oggi non viene avviata alcuna azione restrittiva nei confronti di quei cittadini che utilizzano le valute digitali per compiere ad esempio attività di mining (forniture di maxi calcoli in cambio delle quali si ricevono Bitcoin gratuiti) o trading (compravendita di strumenti finanziari come azioni, obbligazioni e derivati). La maggior parte di questi Stati sta però pensando di dotarsi di strumenti restrittivi per “punire” chi fa un uso considerato illecito delle criptovalute.

In Algeria, ad esempio, il governo sta lavorando sull’approvazione di una nuova norma che imponga il divieto totale dell’uso di monete digitali. Secondo la Legge Finanziaria algerina per il 2018, attualmente all’esame del National People’s Congress (il parlamento algerino), l’uso di Bitcoin sarà infatti giudicato illegale nel Paese. In Indonesia la Banca centrale sta lavorando a un progetto di legge per impedire l’uso delle monete digitali come strumento di pagamento. Il Nepal non dispone di alcuno strumento legale per punire eventuali violazioni. Nonostante ciò, lo scorso ottobre la polizia nepalese ha arrestato sette persone per il loro presunto coinvolgimento in attività finanziarie effettuate con valute virtuali. Il Pakistan non riconosce le monete digitali, ma a maggio ha comunicato che sta studiando delle contromisure per impedire che qualcuno attraverso di esse provi a evadere il fisco o a riciclare denaro.

Nel terzo gruppo, infine, rientrano quei Paesi che hanno vietato l’uso delle valute digitali e le operazioni finanziarie a esse collegate. Il governo boliviano vieta tutte le operazioni effettuate con strumenti di pagamento che non sono emessi e non possono essere controllati dalla Banca centrale del Paese. L’Ecuador ha bandito le valute digitali nel 2014, ma al contempo ha creato un quadro normativo per creare in futuro una propria moneta virtuale di Stato. In Vietnam l’uso di criptovalute e attività di mining sono vietati e puniti con delle multe. Nel 2014, la Banca nazionale della Repubblica del Kirghizistan ha proibito le criptovalute, sottolineando che il Som khirgizo è l’unico mezzo di pagamento legale nel Paese. Analoghe decisioni sono state prese in Libano, Marocco e Namibia.