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Il fallimento del socialismo in Brasile

Il fallimento del socialismo in Brasile

Il 4 aprile il Tribunale Supremo Federale brasiliano ha espresso un parere sfavorevole rispetto alla richiesta avanzata dai legali di Luiz Inácio Lula da Silva per ottenere la sua libertà provvisoria. L’ex presidente brasiliano dal 2016 è al centro dell’inchiesta “Lava Jato”, aperta dal magistrato Sergio Moro e che lo vede accusato di riciclaggio e corruzione.

Un verdetto duro quello del Tribunale Supremo Federale, e che potrebbe essere ancora più catastrofico nel caso in cui nei prossimi giorni verrà respinto il ricorso esposto al Tribunale federale della IV regione, lo stesso che ha condannato Lula a 12 anni e un mese di reclusione.

Lula è attualmente il candidato indiscusso del Partido dos Trabalhadores (PT) alle prossime elezioni presidenziali del 7 ottobre e una sua corsa alla presidenza garantirebbe allo stesso partito con ogni probabilità il ripristino di una leadership nazionale persa nell’estate 2016 con la destituzione di Dilma Rousseff per impeachment. Il padre del movimento socialista brasiliano ad oggi appare però lontano dalla possibilità di correre per la presidenza del Paese, e la sua detenzione sancirebbe il fallimento politico di un partito che sembra ormai aver smarrito da tempo la propria identità.

 

Il fallimento politico del Partido dos Trabalhadores

Dal 2014 ad oggi il PT ha vissuto un vero e proprio calvario giudiziario che lo ha minato sino alle fondamenta. Il comune denominatore è quell’imprescindibile connubio tra clientelismo e politica che non sembra risparmiare nessuno nella struttura socio-politica latinoamericana.

Prima o poi appare inevitabile che, a turno, la leadership politica di uno dei Paesi della regione finisca con il perdere contatto con i valori di giustizia paventati in campagna elettorale. Una distorsione che si aggrava, poi, con permanenze al potere che finiscono per deteriorare dall’interno che si trova a governare.

Il PT brasiliano, con i suoi 14 anni di leadership, non è immune da tale discorso. Già nel primo mandato di Lula, iniziato nel 2002, trapelarono accuse di corruzione nei confronti dei massimi esponenti del partito. Nel 2014, durante il primo mandato di Dilma Rousseff, si aprì una ben peggiore crepa con lo scandalo Petrobras che vide coinvolti esponenti politici di prima fascia del partito e del governo, nonché i dirigenti della più importante azienda energetica nazionale a partecipazione pubblica.

Ma se fino a quel momento si erano tenute alla larga dagli scandali le figure presidenziali così come quelle preposte alla leadership istituzionale del Paese, con il 2016 anche queste sono state progressivamente messe in discussione.

Dilma Rousseff è stata travolta dall’accusa di impeachment per l’alterazione dei bilanci pubblici del 2014 e 2015. Accusa che ha causato la sua destituzione nell’agosto del 2016 in favore della nomina di Michel Temer quale suo sostituto fino a nuove elezioni.

Ma non è tutto. Nello stesso 2016 è iniziata una nuova inchiesta giudiziaria che ha avuto per imputato principale questa volta Lula con l’accusa di riciclaggio e corruzione. Un’inchiesta che si è aperta nel marzo di due anni fa in modo eclatante con un prelievo lampo dello stesso Lula per un interrogatorio in questura. Un’operazione che mediaticamente ha avuto un grande impatto a livello internazionale, ma che non ha inibito il PT dal puntare sull’ex presidente per una nuova candidatura alle elezioni del 2018.

Lula quindi, nonostante tutto, resta a furor di popolo il leader designato alla riconquista della leadership da parte del movimento socialista da lui stesso fondato, ma con quali benefici? Se da un lato si sottolinea la carismatica conferma dell’unico leader riconosciuto dalla base del suo partito, e capace di catalizzare su di sé la maggioranza dei voti nazionali, dall’altra si determina un’incapacità implicita del movimento politico di prescindere da un singolo leader per una propria proiezione di medio-lungo periodo. Ciò che si verifica è, quindi, la personificazione del movimento che da socialista diventa lulista come accaduto in altre esperienze continentali, ad esempio in Venezuela con il chavismo.

 

Poche chance per Michel Temer

Eccoci dunque al vero problema che oggi si apre dinanzi al PT: sino ad ora la vittoria appariva certa proprio grazie alla candidatura di Lula, ma con una sua eventuale detenzione il movimento avrà la capacità di preservare il progetto politico a prescindere dal suo principale interprete? E, ancora, chi potrebbe subentrare all’eventuale dipartita di Lula?

Un problema non di poco conto vista la centralità di Lula nell’immaginario collettivo socialista brasiliano che, orfano del suo leader, potrebbe facilmente dirottare il proprio favore elettorale verso altre compagini politiche.

Sicuramente a giovarne non sarà Michel Temer, attuale presidente del Brasile, abile nel giocare la sua partita politica in questi due anni, ma senza alcuna prospettiva di riconferma. Temer ha saputo ricostruire una geopolitica regionale in contrapposizione ai movimenti socialisti colti proprio nella loro fase di maggior affanno (il Venezuela è in crisi e l’Argentina ha abbandonato in chiusura del 2015 il kirchnerismo per eleggere il neoliberale Macri).

Ma la sua strategia, pur avendo una prospettiva di breve periodo che si concluderà con la tornata elettorale del prossimo ottobre, non è figlia di una casualità di eventi bensì appare il frutto di un processo “rivoluzionario” insito alla compagine di governo iniziato in apertura del 2016. Il Partito del Movimento Democratico Brasiliano (PMDB), di cui fa parte l’attuale mandatario brasiliano, rientrava nella coalizione di maggioranza a sostegno della presidenza Rousseff. Lo stesso Temer ne ricopriva il ruolo di vicepresidente e tale ruolo ha continuato a ricoprire nonostante il PMDB si sia ritirato dalla compagine di maggioranza proprio in apertura del 2016 e nonostante l’inizio del processo di impeachment ai danni della mandataria. Una posizione che, di fatto, gli ha permesso di subentrare alla stessa Rousseff con la conferma parlamentare della sua destituzione. A posteriori, risulta dunque che la presidenza di Temer sia stata il frutto di una chiara strategia politica atta a massimizzare un risultato politico che difficilmente sarebbe potuto arrivare mediante elezioni.

Resta il fatto ora che per il PT una chiara strategia politica in vista delle prossime elezioni sia da riscrivere dato che il rischio di detenzione per Lula è più che una congettura astratta, e visto anche che il tempo per lanciare un nuovo leader è relativamente poco.

Resta da chiedersi se in Brasile siamo al definitivo epilogo del PT e se il partito saprà rigenerarsi con un progetto solido evitando così di farsi scavalcare dai suoi avversari. Entro aprile si capirà quale sarà la strada che seguirà il PT. Tutto dipende da Lula. Se arresto sarà per lui, lo sapremo nei prossimi giorni.