Corea del Nord: la sorella di Kim pressa la Corea del Sud

Che la “dolce Yo-jong” non avesse intenzioni pacifiche era parso chiaro già il 4 giugno, quando sul Rodong sinmun, il giornale ufficiale del Partito dei lavoratori coreani, aveva definito i disertori del nord fuggiti al sud come “immondizia” e “feccia umana”. Kim Yo-jong, sorella del dittatore nordcoreano, aveva successivamente minacciato di chiudere per sempre l’ufficio di collegamento della città di confine di Kaesong, a meno che la Corea del Sud non si fosse impegnata a fermare l’invio di volantini verso il nord da parte di gruppi di disertori nordcoreani. «Ritengo sia l’ora di rompere con le autorità sudcoreane. Presto compiremo altre azioni», aveva detto Kim Yo Jong. «L’inutile ufficio di collegamento tra nord e sud potrebbe presto crollare completamente», aveva affermato nel fine settimana scorso. Oggi, 16 giugno, La Corea del Nord ha dato seguito alle minacce facendo esplodere l’ufficio di collegamento inter-coreano di Kaesong. L’esplosione è stata confermata anche dal ministro sudcoreano per l’Unificazione. Sempre oggi, 16 giugno, la Corea del Nord ha minacciato di inviare l’esercito nella zona demilitarizzata che divide la penisola in due.

 

L’invio dei volantini, al confine tra le due Coree, attraverso i palloncini, è una forma di propaganda degli attivisti del sud che si oppongono a Pyongyang, come i messaggi propagandistici trasmessi dal nord attraverso dei grandi altoparlanti, sempre al ridosso della linea di confine con il sud. La Corea del Sud aveva promesso di impedire l’invio dei volantini verso il nord, considerati offensivi per il regime e per il leader supremo e visti da Pyongyang come una violazione degli accordi militari del 2018. Lunedì 9 giugno erano cessate le comunicazioni quotidiane dell’ufficio di collegamento, attivato appunto nella città di confine di Kaesong dopo i vertici inter-coreani del 2018, uno dei simboli dunque della distensione tra i due paesi e parte degli accordi il cui scopo era appunto limitare le tensioni. L’ufficio, una sorta di ambasciata de facto tra due paesi ancora formalmente in guerra, era stato chiuso temporaneamente a gennaio 2020 a causa dell’emergenza Coronavirus, ma le comunicazioni non erano state interrotte del tutto. La settimana scorsa la Corea del Nord aveva anche annunciato di aver bloccato la linea di comunicazione diretta tra i due leader, il dittatore Kim Jong un e il presidente sudcoreano Moon Jae in. Il regime di Pyongyang aveva inoltre fatto sapere di considerare da quel momento in poi la Corea del Sud come un “nemico”. La “principessa Kim”, figura sempre più potente, aveva anche prospettato l’ipotesi del completo ritiro dal già moribondo distretto industriale di Kaesong, uno dei progetti inter-coreani lasciati in sospeso dopo il fallimento delle trattative tra Corea del Nord e Stati Uniti, fallimento che ha influito anche sul corso dei negoziati tra le due Coree. Dietro le tensioni sempre maggiori tra i due vicini ci sarebbe proprio la sorellina del leader norcoreano, che ormai parla a proprio nome al posto del fratello maggiore. Il ruolo assunto dalla “principessa” di Pyongyang non fa che confermare l’ipotesi che un giorno, qualora venga a mancare Kim Jong un, sarebbe lei a succedergli.

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L’attivismo e la bellicosità della sorella del dittatore, così come le tensioni delle ultime settimane, sembrano costruiti ad arte dalla giovane Kim. Le provocazioni di inizio giugno di Kim Yo-jong erano parse il preludio di qualche iniziativa più seria da parte del nord, e così è stato. La sensazione è che la Corea del Nord, scontenta degli scarsissimi risultati dei negoziati con il sud, voglia pressare il governo di Seoul a non abbandonare le trattative, e in particolare, a non lasciar morire i progetti inter-coreani, priorità nella strategia nazionale per risollevare l’economia nordcoreana soffocata dalle sanzioni internazionali. Alzare la posta per ottenere di più è una tattica che la Corea del Nord ha già adottato. Ancor più l’esigenza del nord sembra fondamentale se si considera che il negoziato con gli Stati Uniti è fermo e lo sarà almeno fino alle elezioni presidenziali di novembre 2020, elezioni che potrebbero o no confermare Donald Trump a capo della Casa Bianca. A due anni dal primo summit fra Trump e Kim Jong un a Singapore, niente sembra migliorato nella penisola coreana. Seoul, dal canto suo, lamenta la mancanza di gesti concreti a favore della denuclearizzazione. Per Kim Jong un, invece, è sempre necessario alleggerire le sanzioni internazionali, dovute al programma atomico della Corea del Nord, che bloccano i progetti inter-coreani.

Pubblicato su Il Mattino