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Lo storico incontro tra Kim Jong Un e Moon Jae In: scenari

Lo storico incontro tra Kim Jong Un e Moon Jae In: scenari

Venerdì 27 aprile 2018 il leader nordcoreano Kim Jong un e il presidente del Sud Moon Jae in hanno scritto insieme una nuova pagina di storia nei rapporti tra le due Coree. Il 2018 verrà ricordato per il discorso di Capodanno di Kim, per i successi della diplomazia dello sport raggiunti grazie alle Olimpiadi invernali di Pyeongchang e per la distensione sperimentata tra i due nemici. Tutto questo ha spalancato le porte al primo grande summit inter-coreano dal 2011. Sono 2018 anche i millimetri di larghezza del tavolo della Peace House di Panmunjeom dove, uno di fronte al’altro, Kim e Moon si sono parlati in diretta mondiale. Il programma di una giornata ricca di promesse e simbolismi ha previsto, infine, anche la proiezione di un video clip intitolato A New Spring Enjoyed Together .

Nel “Paese della calma del mattino”, tormentato a dispetto del nome da 65 anni di tregua ostile, la pace sembra finalmente più vicina. Nella dichiarazione congiunta seguita al vertice di Panmunjeom, Kim e Moon si sono impegnati a stipulare un trattato che determini in maniera formale la fine della Guerra di Corea.

I due Paesi hanno dichiarato di essere d’accordo per la completa denuclearizzazione della penisola, che è stata definita un obiettivo comune. Kim e Moon sono anche disposti a rinunciare a qualsiasi atto contrario allo spirito di pacificazione. Per definire meglio l’accordo di pace, che dovrebbe essere siglato entro la fine di quest’anno, il presidente Moon ha annunciato che visiterà Pyongyang il prossimo autunno. Le due Coree, inoltre, renderanno possibile la stipula del trattato attraverso il dialogo tripartito con gli Stati Uniti e colloqui con la controparte cinese. Nonostante la dichiarazione congiunta, infatti, nessun trattato potrà essere firmato senza la partecipazione degli altri attori coinvolti nella crisi: Stati Uniti, Cina, ma che Russia.

Il summit inter-coreano potrebbe diventare qualcosa in più di un incontro simbolico, ma la sua riuscita dipenderà da quanto verrà deciso durante il vertice tra il presidente americano Trump e Kim Jong un a proposito della denuclearizzazione, punto su cui convergono anche gli interessi cinesi. La Cina, vecchia alleata del regime di Pyongyang, conserva un atteggiamento cauto nei confronti della dimostrazione di buona volontà di Kim e Moon. Pechino vede certamente di buon grado l’inizio di un processo di riappacificazione tra le due Coree, soprattutto dopo i colpi di testa del dittatore che negli ultimi due anni hanno portato la penisola sull’orlo di un’escalation.

La Cina è legata a Pyongyang da un’alleanza militare ed è al tempo stesso anche il terzo partner commerciale del Sud. La maggiore preoccupazione cinese è proprio la denuclearizzazione sulla quale resta da capire a cosa arriveranno effettivamente i due leader dopo l’incontro del 27 aprile. Gli ostacoli sono gli stessi di sempre: da un lato, la Corea del Sud vuole il totale smantellamento delle armi nucleari da parte di Kim, dall’altro il Nord continua a chiedere in cambio il ritiro delle truppe americane dal Sud come condizione necessaria a qualsiasi accordo.

Le dichiarazioni serviranno a poco se non saranno seguite da un impegno anche da parte di Washington. Il problema della sicurezza nella penisola ha origine dall’ostilità tra USA e Corea del Nord. La Guerra di Corea del 1950 scoppiò quando le truppe del Nord invasero il Sud e gli Stati Uniti e la Cina intervennero al fianco dei loro rispettivi alleati. Questo sentimento di sospetto reciproco è stato alimentato dalle minacce di Kim di colpire il territorio americano, capacità che il giovane dittatore avrebbe raggiunto di recente. Le minacce dei missili di Kim non riguardano solo gli Stati Uniti ma anche il Giappone. Il governo di Tokyo continua a chiedere a Washington garanzie sulla propria sicurezza. Per tutelarsi dai missili nordcoreani il gabinetto Abe sta rafforzando la difesa nazionale e punta entro il termine del mandato a riscrivere la clausola pacifista contenuta nell’Articolo 9 della Costituzione che impedisce al Paese di avere capacità militari di tipo offensivo.

Kim non sarà abbastanza soddisfatto di abbandonare il programma nucleare e avere in cambio soltanto la normalizzazione dei rapporti con gli USA, ma chiederà altri incentivi economici. Sul fronte interno, gli sforzi del leader nordcoreano sono finalizzati infatti alla ricostruzione dell’economia. Questa intenzione è stata anche confermata da un dispaccio della Korean Central News Agency. L’organo ufficiale del partito ha chiarito che il Paese dispone ormai di un potere politico e militare di “livello mondiale” e che lo userà per ottenere la ricostruzione dell’economia socialista.

Il vertice di Panmunjom ha confermato quanto già promesso da Kim, ovvero lo stop ai test missilistici e nucleari. L’entusiasmo per il summit inter-coreano era, tuttavia, stato già spento in parte dalla notizia del crollo del sito sotterraneo usato da Pyongyang per condurre gli esperimenti nucleari. Questo potrebbe essere il motivo per cui Kim avrebbe acconsentito a ritirare i test. Il crollo, causato da cinque esplosioni, ha esposto la Cina e i Paesi vicini a un alto rischio di radiazioni e ha determinato il collasso del monte Mantap, dove a 700 metri di profondità si trovava il tunnel in cui avvenivano i test.

La pioggia radiottiva dovuta al collasso della montagna ha trovato conferma in una serie di ricerche condotte dalle università cinesi. Pechino infatti ha registrato un aumento anormale dei livelli di radioattività. Inoltre, il team di ricercatori guidato da Wen Lianxing, geologo dell’Università cinese delle Scienze e della Tecnologia di Hefei, ha concluso che tale crollo sarebbe stato causato dalla detonazione nell’autunno scorso, precisamente il 3 settembre 2017, della testata nucleare più potente a disposizione di Kim. Almeno cinque degli ultimi sei test atomici di Pyongyang sarebbero stati condotti in quel laboratorio nascosto tra le cime montuose nell’area nordoccidentale della Corea del Nord.

La svolta di Kim sarebbe dunque arrivata perché il regime, sempre più in difficoltà per le sanzioni economiche, non avrebbe le risorse materiali per ricostruire il sito e per continuare a perseguire le proprie ambizioni nucleari. Come hanno fatto notare alcuni analisti, questo crollo non elimina del tutto la minaccia: Kim continua a disporre di altri siti dove sarebbe possibile riprendere i test.