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Dal petrolio dipende il futuro del Venezuela

Dal petrolio dipende il futuro del Venezuela

Juan Guaidó, leader dell’opposizione autoproclamatosi presidente ad interim a gennaio, all’alba del 30 aprile, liberando Leopoldo Lopez con un pugno di soldati, ha giocato non tanto la carta del golpe ma quella dell’insurrezione e forse ha spinto il Venezuela sull’orlo della guerra civile. Non sappiamo ancora se questa rivolta sarà davvero la fase finale della crisi venezuelana.

Ma c’è da dubitarne: quello che si può intuire sono ulteriori spaccature dentro a una società che nella narrativa corrente si vuole compatta dietro l’opposizione e contro il presidente Maduro ma che in realtà è assai più frammentata e complessa.

Chi vincerà avrà comunque tra le mani un Venezuela ferito e sanguinante. Vittima prima di tutto di equivoco colossale: il Venezuela non è fallito con Maduro e tanto meno con Chavez, ma molto prima, quando ancora sembrava lo stato più ricco e promettente dell’America Latina.

I primi ad accorgersi della situazione saranno proprio americani, europei e alleati regionali che già in Medio Oriente hanno creato una destabilizzazione senza precedenti dalla seconda guerra mondiale e con questo brillante curriculum si sono preparati a sistemare quel Venezuela che possiede le maggiori riserve petrolifere del mondo dove un governo incapace – per altro strangolato dalle sanzioni, come Trump vuole fare anche con l’Iran – è riuscito a passare da una produzione di oltre tre milioni di barili nel 2012 a poco più di un milione e in un periodo in cui le quotazioni del greggio sono precipitate rispetto ad anni fa.
La crisi del Venezuela si riassume in queste amare cifre perché e c’è poco da girarci intorno. Sono 60 anni che il Venezuela vive soltanto di rendita petrolifera, non esporta altro che oro nero.

In Venezuela, fuori dal campo petrolifero, si investe poco o nulla e la borghesia è abituata da sempre a esportare i suoi dollari nei conti all’estero, imitata poi nell’ultimo ventennio dai militari di Hugo Chavez e di Maduro. E siccome i conti all’estero si sono assottigliati anche per la borghesia ecco che è scesa nelle piazze.

La gestione del petrolio e della ricchezza è stata amministrata per decenni da una élite corrotta e sfaccendata, poi è passata in mano allo stato e con Chavez nel ‘99 ai militari, non meno corrotti di quelli che c’erano prima. Chavez almeno ha cercato di risollevare i poveri e gli ultimi della società, un messaggio che un certo successo l’ha avuto. Questi nuovi ci portano davvero verso la democrazia o a un massacro?

Il petrolio in Venezuela ha alimentato la visione di uno “Stato Magico”, dove bastava mettere le mani sulla rendita per cambiare le cose. Si è creata così nel tempo una burocrazia ipertrofica, clientelare e inefficiente. Si è venduta così ai venezuelani una narrativa assai distorta: quella di una «società ricca», modellata dal consumismo effimero e spendaccione, che genera sistematicamente fenomeni di corruzione, scarsissima produttività ed efficienza del lavoro.

In poche parole il Venezuela è uno stato fallito, non tanto e non solo nei conti della vita quotidiana, diventata dura per la maggioranza della popolazione, ma proprio nella sua stessa essenza di nazione: vive di rendita petrolifera e non sa fare altro.

Ecco perché in Venezuela non ci sarà una vera transizione, per ottenerla ci vorrebbe un cambio profondo di mentalità: la fine dello “Stato Magico”.

Ma il petrolio guasta tutto ed è la vera posta in gioco non solo per i venezuelani ma anche per gli Usa e le potenze esterne come Cina e Russia, i più grandi creditori del Paese insieme agli americani. Il Venezuela deve essere «normalizzato».

Il problema di uno stato fallito è proprio il cambio di regime: se accadrà passerà probabilmente da un caos a un altro, forse contagiando anche gli stati vicini.
Gli Stati uniti vanteranno una vittoria ideologica della «democrazia» ben sapendo che si tratta di un altra fake news, di un’altra colossale bugia.

Da Il Manifesto