Cosa c'è dietro il pianto di Kim Jong un

Il fallimento diplomatico con gli Stati Uniti, i tifoni, l’incapacità conclamata di migliorare le condizioni economiche dei cittadini nordcoreani. Il 2020 di Kim Jong un è stato un anno terribile e la pandemia da Covid-19 non ha fatto che assestare il colpo finale a una situazione già molto complessa.

Davanti a questi insuccessi, che sono gli occhi di tutti, il dittatore nordcoreano sceglie di mostrarsi in lacrime davanti al pubblico di tutto il mondo. Ma il pianto di Kim durante il discorso per i 75 anni del Partito dei Lavoratori, non certo uno sfogo nervoso di una persona dalla mente labile e fragile, è una mossa ben studiata. Serve per guadagnare il consegno soprattutto della platea interna, fondamentale nelle dittature. Necessario come l’aria per la sopravvivenza del regime.

Il Leader supremo si mostra umano, empatico, e in questo modo scatena la commozione della folla adorante, come la propaganda di regime vuole farci vedere. Così, lo spietato Kim arriva, paradossalmente, dove altri leader falliscono: ammettere di aver sbagliato. Il leader vuole ottenere così un maggiore appoggio dal popolo, che dovrebbe essere portato a sentirsi più vicino a lui. Una strategia da preferire a chi decide di difendere l’indifendibile, anche davanti ai numeri e ai dati di fatto (vedi: Donald Trump).

Non per questo va dimenticato che la Corea del Nord è ancora un paese ostile per i suoi stessi cittadini, un luogo pessimo per le libertà, dove esistono ancora campi del tutto simili a prigioni e dove chi è indigesto al regime viene eliminato, senza troppi fronzoli.

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Kim Jong un aveva già ammesso di aver fallito gli obiettivi economici fissati nel 2016 per i 5 anni successivi e davanti ai nordcoreani aveva confessato di non aver fatto abbastanza. Così, aveva chiesto loro di sopportare altri sacrifici. Ma non ha mancato di visitare i luoghi colpiti dalle inondazioni e i cantieri dei progetti considerati vitali per il paese. Uno di questi è il grande ospedale di Pyongyang, l’altro è il resort Wonsan Kalma, sulla meravigliosa costa orientale. Il primo, necessario a sollevare un sistema sanitario molto carente che la pandemia avrebbe messo a nudo, doveva aprire proprio il 10 ottobre scorso. Il secondo, invece, è un progetto chiave per lo sviluppo turistico della Corea del Nord, su cui Kim punta molto. Entrambi i progetti vanno a rilento e non è certo una buona notizia. Gli scambi con la Russia e la Cina, gli unici possibili per il regime, sono stati bruscamente congelati dalla pandemia, come si è fermato l’arrivo di turisti, in particolare cinesi. Le sanzioni internazionali, che limitano lo sviluppo economico, sono ancora in vigore dopo la disfatta del vertice di Hanoi del febbraio del 2019 in Vietnam.

Diversamente dal padre e dal nonno, quest’ultimo considerato alla stregua di un dio in terra, il giovane Kim vuole apparire un capo di Stato come gli altri.

Pubblicato su Il Mattino

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