Epifania di un conflitto. È il 6 gennaio 2021. Il Congresso americano sta ratificando la vittoria di Joe Biden alle presidenziali del novembre precedente. È un passaggio formale che in genere richiede non più di un’ora, stavolta ci vorrà molto di più. Un gruppo di parlamentari repubblicani, infatti, contesta i risultati.

È la linea del presidente Trump: abbiamo vinto a valanga, ma le operazioni fraudolente dei democratici hanno ribaltato l’esito della sfida.

Gli credono molti di quei settanta milioni e passa di americani che hanno votato per lui, forse gli credono tutti; sicuramente gli credono i sostenitori che quel pomeriggio di gennaio si trovano lì, davanti a Capitol Hill, a urlare stop the steal, fermate il furto. Il presidente si rivolge a loro con un discorso incendiario in cui li invita a marciare sul Campidoglio, “perché non riavrete il vostro paese se siete deboli, dovete essere forti e mostrare la vostra forza”.

I sostenitori lo prendono alla lettera: assaltano Capitol Hill, scalano i muri, sfondano le finestre, in pochi minuti sono dentro. Un luogo simbolo della democrazia americana è stato violato.

Per alcuni è stato un tentativo di golpe, per altri un corteo di sprovveduti nito molto male. La verità, come sempre, è nel mezzo. Non tutti coloro che hanno votato per Trump sono dei violenti facinorosi, ma le elezioni del 2016 hanno galvanizzato e unito alcuni movimenti dell’estrema destra che da anni cullano l’idea di una nuova rivoluzione americana. Conosco queste persone, le ho incontrate altre volte.

Tratto dal libro
Fascisti d’America
di Federico Leoni