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Il dito di Trump sulla mappa del Golan

Il dito di Trump sulla mappa del Golan

I tempi cambiano insieme agli uomini: nel 1916 due aristocratici dei vecchi imperi, il baronetto britannico Mark Sykes e il francese François-George Picot, si spartirono il Medio Oriente, oggi ci prova Donald Trump, l’ambizioso palazzinaro newyorchese. Che la fine territoriale dell’Isis all’orizzonte di Baghouz non fosse la fine della guerra siriana e delle sue conseguenze era già chiaro.

Trump adesso dà il suo personale contributo al caos mediorientale, dopo la cancellazione dell’accordo sull’Iran e il riconoscimento di Gerusalemme capitale dello stato ebraico, con il via libera all’annessione del Golan, non più territorio «occupato» da Israele dal 1967 ma «controllato». Con questa dicitura compaiono le Alture sulle mappe del dipartimento di Stato dopo che il dito di Trump si è posato sulla carta geografica.

Si prepara così il secondo strategico capitolo del conflitto siriano, sin dall’inizio una guerra per procura contro l’Iran e i suoi alleati nella regione, da Bashar Assad agli Hezbollah libanesi. Quando il generale Qassem Soleimani, comandante delle forze speciali al Qods, definito il Rommel iraniano, ha puntato il suo binocolo sulle Alture, Israele ha reagito scaricando centinaia di bombe e di missili sulle postazioni di pasdaran e Hezbollah. Ma si rafforza anche nella destra israeliana l’idea dell’annessione della Cisgiordania o di altre parti di essa con il definitivo affondamento di ogni soluzione dei due stati, naturalmente con la complicità dei sauditi e del generale egiziano Al Sisi che con Israele collabora nella battaglia del Sinai.

Erdogan, sulfureo leader turco, che ormai non trattiene più nessuno nelle sue picaresche sfide alla Nato pur di presentarsi come campione dell’islam sunnita, protesta per il Golan ma in realtà anche lui pensa ad annettersi pezzi di territorio siriano dove ci sono i curdi.
Si tratta insomma di dare a ciascuno dei protagonisti più potenti la loro fetta di torta lasciando però con la pancia vuota arabi, palestinesi e curdi. Che con questa logica ferrea possono aspirare al massimo a dei bantustan alla sudafricana dotati di una fittizia autonomia politica ed economica. In sostanza è l’apartheid.

Non è una novità ma la conferma che il doppio standard americano e occidentale in Medio Oriente non farà altro che perpetuare le tensioni nella regione. Ovviamente protestano la Siria, Mosca e anche Teheran ma forse Putin – il sospetto è lecito – intravede qualche chance di una futura conferma dell’annessione della Crimea.

In poche parole gli Usa, in vista di un annunciato ritiro dalla Siria, intendono con questa mossa sul Golan non lasciare alla Russia una vittoria completa per avere mantenuto Assad al potere ma far capire che sui confini della regione intendono pronunciare una parola definitiva.

Fallito il vertice di Varsavia che doveva compattare un fronte anti-Iran, Donald Trump scottato anche dal flop con il capo nordcoreano Kim Jong un ha deciso – senza avvertire nessuno, perché ormai di nessuno si fida – di spostare in avanti il fronte del conflitto con Teheran, dando ovviamente una mano anche all’amico Benjamin Netanyahu sotto elezioni il 9 aprile e che riceverà la prossima settimana alla Casa Bianca. Trump mostra i muscoli confermando che Israele è il suo guardiano di una regione dove è in corso, un secolo dopo Sykes-Picot, una spartizione significativa del Medio Oriente.

Non c’è bisogno di nessuna teoria della cospirazione, scriveva ieri Anshel Pfeffer sul quotidiano israeliano Haaretz, per rilevare il profondo coordinamento tra Trump e Netanyahu sul Golan: la tempistica del riconoscimento non è una coincidenza. Nessuno può obiettare al primo ministro israeliano, nel collimatore della magistratura per corruzione, che questo non sia un successo. Chiunque lo contestasse sarebbe tacciato di anti-patriottismo.

La realtà è che Trump e il suo corteo di modesti consiglieri, da Pompeo a Bolton, appaiono come degli untorelli di manzoniana memoria. Nel 1981, quando Israele estese la sua sovranità al Golan, un presidente di destra come Ronald Reagan reagì sospendendo il trattato di alleanza strategica tra Usa e Israele. Il premier israeliano Menachem Begin reagì furibondo: «Siamo uno stato vassallo degli Stati uniti? Siamo forse una repubblica delle banane?».

Ed ecco che 40 anni dopo Trump, con il viatico sull’annessione del Golan, interferisce non solo sulla spartizione della Siria ma sulle elezioni israeliane sostenendo Netanyahu. Persino i colonialisti Sykes e Picot forse avrebbero un moto di fastidio guardando il dito sulla mappa del palazzinaro di New York. Che prepara non la pace ma un’altra guerra.

Il Manifesto