Il Regno hashemita di Giordania incarna una delle dicotomie più importanti del Levante. Da una parte si mostra stabile, dall’altra si ritrova a dover fronteggiare estremismi interni, livelli di disoccupazione elevati e consequenziali livelli bassissimi di fiducia nelle Istituzioni governative aggravati dalla corruzione dilagante.

1. AGGIORNAMENTO E QUADRO CONTESTUALE

Tra fine maggio e inizio giugno 2018 ad Amman e in altre città del Regno hashemita i giordani sono scesi in piazza per protestare contro il Governo di Hani Mulki e il decreto sulla tassa sul reddito facente parte delle misure più detestate all’interno del quadro siglato con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) nel 2016. Il piano prevede la concessione di 723 milioni di dollari di credito triennale volti a diminuire il debito pubblico e a spronare una ripresa. Le ragioni non sono molto diverse da quelle del 2011, quando la povertà, la disoccupazione e l’innalzamento dei prezzi di beni di prima necessità avevano infiammato gli animi della società civile. I manifestanti erano allora capeggiati dai loro sindacati e da partiti di sinistra, e si scagliavano contro il Governo di Samir Rifai definendolo «codardo». Il 2011 aveva fatto pensare a una “primavera araba giordana”, ma purtroppo o per fortuna le specificità del tessuto sociale e della storia del Paese hanno fatto si che i disordini rimanessero volti a scuotere il Governo e non a rovesciarlo. Le proteste dello scorso anno hanno visto un popolo più compatto e insofferente a causa della crisi economica e dell’elevato livello di disoccupazione.

Fig. 1 – Proteste vicino all’ufficio dell’ex primo ministro Hani Mulki. Amman, 6 Giugno 2018

2. LE PROTESTE DELLO SCORSO OTTOBRE E DI DICEMBRE

Il 2018 è stato un anno drammatico circa i risvolti del conflitto arabo-israeliano, con le proteste di fine ottobre giunte a seguito della proposta di Trump a settembre di creare una confederazione giordano-palestinese come soluzione al conflitto, senza dimenticare lo spostamento dell’Ambasciata USA in Israele da Tel-Aviv a Gerusalemme a maggio. Il 22 ottobre 2018 re Abdallah ha dichiarato di non voler rinnovare parte dell’accordo con Israele del 1994 su richiesta di 80 deputati, che in una lettera al monarca chiedevano esplicitamente di non procedere al rinnovo. Inoltre nelle piazze si è manifestata nuovamente la forte pressione pubblica: i dimostranti rivendicavano la sovranità piena sui territori giordani, e alcuni chiedevano la totale cancellazione del trattato di pace. La disdetta concerne due aree a uso agricolo occupate dagli israeliani dopo la guerra dei Sei Giorni nel 1967.
Il 14 dicembre invece il popolo giordano si è riunito ancora in piazza contro l’innalzamento delle tasse programmato dal Governo, dopo che il Parlamento ha approvato un disegno di legge fiscale analogo a quello demolito quest’estate. L’esecutivo di Razzaz aveva promosso la lotta alla corruzione e un Governo più inclusivo. Le manifestazioni dei giorni passati, a differenza di quelle estive, non hanno però una chiara leadership.

Fig. 2 – I manifestanti giordani durante una protesta contro la decisione del Governo di aumentare le tasse. Amman, 13 dicembre 2018

3. LA POLITICA DELLA “DIPENDENZA” E IL RITUALE DELLE PROTESTE

Malgrado le proteste di giugno siano terminate dopo relativamente poco tempo, sono state di certo un segnale importante non solo per il Paese, ma anche per i suoi alleati. Fortunatamente il Regno hashemita ha una carta importante da giocare: l’interesse degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita (principalmente), che lo vogliono stabile e sicuro in quanto al centro di interessi strategico-militari ed economici.
Nonostante ciò, la situazione interna vive periodi ricorrenti di proteste. Ottobre 2018 è stato un mese impegnativo anche a causa dell’alluvione che ha colpito la Giordania, specialmente al Sud. A seguito delle inondazioni, che hanno visto la morte di diciotto persone, i ministri del Turismo e dell’Istruzione, Lena Annab e Azmi Mahafzeh, si sono dimessi. La destituzione dei due ministri è avvenuta per la pressione popolare e parlamentare sul Governo. Come faceva notare Sean Yom in un articolo per il Foreign Policy, purtroppo le proteste in Giordania sono «più un rituale che una rivoluzione». Secondo Yom il meccanismo di protesta tende a manifestarsi ciclicamente ogni volta che le richieste economiche superano i mezzi di cui il  tesoro dispone, ovvero quando gli aiuti degli alleati internazionali cominciano a scarseggiare, soprattutto a causa di shock esogeni. La Giordania è sempre indebitata, ma ciò è dovuto anche dalla dipendenza di lunga data sviluppata dagli aiuti degli alleati, che hanno abituato la sua economia a eccedere. Il tutto è aggravato dal fatto che è uno degli Stati più poveri di risorse del mondo, e ospita 751.275 rifugiati, di cui solo 50mila con un permesso di lavoro attivo.

Giulia Macario