Israele_Palestina

Il 4 maggio scorso a Washington il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha incontrato per la prima volta il capo dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas, in previsione di sbloccare il processo di pace tra israeliani e palestinesi. Processo che ha difatti conosciuto un’impennata il successivo 6 dicembre, con il riconoscimento di Gerusalemme capitale dello Stato d’Israele da parte degli Stati Uniti.

All’epoca dell’incontro americano, il leader dell’Autorità Nazionale Palestinese ha espresso così il suo pensiero: «Vogliamo la soluzione dei due Stati, con uno Stato palestinese con Gerusalemme Est come sua capitale in grado di vivere pacificamente al fianco dello Stato di Israele lungo le frontiere del 1967». In quell’occasione, Abbas ha dunque ribadito un concetto già troppe volte espresso, ma – e qui stava la novità – ha anche implicitamente riconosciuto l’esistenza dello Stato di Israele. Cosa che contraddice lo statuto della sua stessa organizzazione politica, Al Fatah, laddove si afferma che l’«entità sionista» dev’essere eliminata dalla carta geografica della Palestina. Il riconoscimento di Israele è proprio l’elemento chiave che ha sempre impedito qualsiasi serio negoziato tra le parti.

Tuttavia, lungo tutto il 2017 alcuni passi in avanti sono stati compiuti e oggi il New York Times rilancia persino la “one state solution”, dove in pratica si spariglierebbero le carte per tentare di creare un’intesa politica tra Israele e la West Bank (Cisgiordania), dove peraltro Abbas ha il perno del suo potere, che vada oltre la fallimentare esperienza della “soluzione a due stati”, uno arabo e l’altro ebraico. Anche perché quest’ultima è sul tappeto da ben settant’anni, da quando cioè l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel novembre del 1947, approvò la spartizione della Palestina in due entità politiche e nazionali, una ebraica e l’altra arabo-palestinese.

 

La soluzione a due stati

La spartizione allora fu rifiutata sia dai leader politici palestinesi – primo tra tutti il Gran Mufti di Gerusalemme, Amin Al Husseini, che aveva trascorso gli anni della seconda guerra mondiale a Berlino ospite di Hitler – sia da tutto il mondo arabo. Il risultato fu la guerra del 1948, che Israele chiama la sua “guerra d’indipendenza”, dove le armate arabe subirono una cocente quanto inaspettata sconfitta, da cui ebbe origine la Nabqa (“catastrofe”) degli abitanti palestinesi che fuggirono in massa dalle aree occupate dagli israeliani per vivere nei decenni successivi in fatiscenti campi profughi tra Giordania, Libano e Siria. Da allora, almeno due generazioni di palestinesi sono stati allevati all’insegna dell’odio per Israele e dell’ineluttabile ritorno nelle terre occupate dall’«entità sionista» di cui sopra.

Non sono state sufficienti altre tre guerre – nel 1956, nel 1967 e nel 1973 – a convincere il mondo arabo dell’irreversibile realtà di uno stato ebraico all’interno dei confini di parte della Palestina geografica. Le ulteriori sconfitte militari degli eserciti arabi hanno così portato allo stallo attuale, aggravando le condizioni del popolo palestinese e permettendo a Israele di colonizzare ulteriori territori, particolarmente in Cisgiordania. Tuttavia, proprio la West Bank, nel pieno controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese solo a partire dal 1993 (grazie agli accordi di Oslo), rappresenta oggi l’avanguardia politica ed economica di quello che potrebbe essere uno Stato palestinese o la parte integrante di uno Stato israeliano.

 

Le chance della soluzione a un solo stato

Su questo punto in particolare insiste il New York Times. Mentre il 15 febbraio 2017 lo stesso quotidiano tuonava contro il neo presidente affermando che «Donald Trump ha gettato a mare due decenni di diplomazia ortodossa […] dichiarando che gli Stati Uniti non insisteranno più sulla creazione di uno stato palestinese come parte di un accordo di pace», oggi parla piuttosto di un crescente desiderio che si registra tra i giovani palestinesi di voler confluire in un unico Stato democratico, all’interno del quale le istanze dei palestinesi non potrebbero più essere ignorate. Dunque, una rappresentanza politica in parlamento e un passaporto israeliano garantirebbero ai palestinesi stessi diritti e maggiori chance economiche.

La palestinese One State Foundation citata dal NYT offre le proprie statistiche, secondo le quali già oggi «il 30% dei giovani sostiene la soluzione a uno stato senza che nessuno ne parli, se i partiti di ambo le parti la sostenessero il consenso all’idea crescerebbe». Così la pensa anche Assad Ghanem, docente di scienze politiche all’Università di Haifa: «È tempo che noi palestinesi presentiamo un’alternativa. Quando sostieni la soluzione dei due stati, stai sostenendo Netanyahu», ha detto centrando il punto di caduta dell’articolo del quotidiano americano.

Già, perché la tesi dell’autore dell’articolo, David M. Halbfinger, è che soltanto «se e quando verrà eletto un governo israeliano più liberale, si potrà rilanciare un processo di pace a due stati», perché per il momento sono lo stesso governo Netanyahu e la sua ala destra intransigente a non volere un accordo che offra più diritti ai palestinesi. «Se la soluzione dei due stati muore, sarà responsabilità di Israele, non dei palestinesi. Ma se gli israeliani lo uccidono, cosa che purtroppo stanno facendo proprio adesso con l’aiuto dell’amministrazione Trump, allora l’unica opzione per noi sarà combattere il sistema dell’apartheid e abbatterlo. Il che significa un unico stato con stessi diritti per tutti» fa dire a Mustafa Barghouti, che siede nel consiglio centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

 

Il futuro è nel cambio di strategia

In definitiva, se l’influente testata che capeggia l’opposizione (spesso scriteriata) della stampa liberal americana alla nuova amministrazione Trump rilancia la soluzione a un solo stato, è perché in un senso o nell’altro ha fiutato che qualcosa si sta davvero muovendo nel processo di pace in Medio Oriente. E, spiace ricordarlo al NYT, il merito va proprio in direzione dell’inquilino della Casa Bianca. Che, per citare Ofer Sachs, l’ambasciatore israeliano in Italia «con il suo approccio pragmatico, sta facendo qualcosa di nuovo. Trump parla con tutti i leader della regione. Sta applicando il principio di Einstein, secondo cui se vuoi risolvere un problema non puoi usare lo stesso approccio all’infinito, perché il risultato sarà sempre uguale».

Che si discuta di un solo stato israeliano-palestinese è comunque un fatto importante e degno di nota. Perché un simile scenario potrebbe davvero portare più democrazia nella regione, visto che sarebbero i palestinesi a confluire nel modello istituzionale israeliano e non il contrario. Mentre la soluzione a due stati certificherebbe che restano notevoli distanze ideologiche tra i due popoli. Non a caso, nell’articolo del NYT non si cita quasi mai la Striscia di Gaza, vero punto di frizione e principale officina dell’oltranzismo palestinese.

La speranza di tutti è perciò che qualcosa di nuovo stia davvero arrivando. Anche perché, con il passare dei decenni israeliani e palestinesi appaiono sempre meno protagonisti del proprio futuro e sempre più ostaggio di una cultura dell’odio che entrambi hanno ricevuto in eredità dal passato. Eredità alla quale, forse, è giunto il tempo di rinunciare.