In Egitto la minaccia terroristica non è scomparsa. Il pugno di ferro del presidente Abdelfattah al-Sisi si concentra nella penisola del Sinai. L’immagine di un Paese capace di sconfiggere il jihadismo conviene sia sul fronte interno che nel guadagnarsi fiducia e denari degli alleati.

1. AL-SISI E LA LOTTA AL JIHADISMO

Il presidente Abdelfattah al-Sisi non è riuscito nell’impresa di chiudere le porte del tempio di Giano in terra d’Egitto. La pacificazione del Paese non è ancora compiuta e la questione securitaria gioca tuttora un ruolo fondamentale. Dimostrazione ne sia il persistere di attentati, come quello del 2 novembre scorso. Allora a essere colpito fu un autobus carico di pellegrini copti diretti a Minya, una cinquantina di chilometri a sud del Cairo: un indice incontrovertibile della resilienza dei jihadisti locali. Il generale bifronte si è rivelato un abile equilibrista, trasformando un fallimento – la mancata sconfitta del terrorismo – in un’ arma dal fendente duplice. Sul fronte interno, la propaganda ritrae al-Sisi come pacificatore della patria, fautore del pugno di ferro contro il fondamentalismo. L’efficacia di questa politica consiste appunto nel ritrarre la battaglia contro i jihadisti ben avviata a una vittoria il cui completo raggiungimento (laddove ci si arrivasse) sarebbe in realtà un autogol per al-Sisi: il venir meno del nemico, infatti, corrisponderebbe all’esaurirsi della funzione del Presidente come difensore dell’Egitto e porterebbe l’attenzione della popolazione ad altri – e numerosi – problemi interni passati sotto silenzio in nome della lotta al terrorismo.
Lo stesso principio si applica sul fronte esterno. Il messaggio rivolto ad alleati presenti e futuri è quello di un Egitto capace di soffocare la minaccia jihadistica (nonché arginare il fenomeno migratorio). Con l’intento di ottenere generosi finanziamenti, al-Sisi si vende come fedele amico dell’Occidente e del Golfo. Una campagna che pare stia riuscendo.

Fig. 1 – Nostalgie nasseriane in un caffè di Aswan, nell’Alto Egitto, 2018. | Foto: Alessandro Balduzzi
2. IL CAMPO DI BATTAGLIA DEL SINAI

Centro nevralgico e terreno d’azione di al-Sisi è il Sinai. Fin dalla sua ascesa al potere, il Generale ha intrapreso una militarizzazione della penisola con l’obiettivo di sconfiggere la branca locale dell’ISIS. Erede di Anṣār Bayt al-Maqdis (ABM), Wilayat Sinai ha giurato fedeltà al Califfato di al-Baghdadi nel 2014. Al 2017 risale l’attacco a una moschea situata a Bir al-Abed, nel Sinai settentrionale. Le vittime furono 305, di cui 27 bambini. Andandosi ad aggiungere ad altri attentati (incluso quello contro un velivolo passeggeri russo e vari azioni di cui sono state vittime i copti), quest’azione violenta ha dato il via all’operazione Sinai 2018, una campagna militare a tutti gli effetti che ha indotto l’esasperazione della popolazione locale e di lì l’effetto contrario rispetto a quello desiderato. La regione del Sinai è strategica per i gasdotti che la attraversano e per la posizione sul Mar Rosso. Dopo averne lungamente rivendicato la restituzione da parte di Israele, infine ottenuta nel 1979, il Cairo non ha però intrapreso serie politiche di sviluppo. Figlio di quest’assenza di lungimiranza è proprio l’emergere di malcontento cristallizzatosi intorno a gruppi jihadisti. L’operazione Sinai 2018 ha aggravato ulteriormente la situazione, mettendo la regione a ferro e fuoco. Per costringere alla resa le cellule terroristiche, il Governo centrale ha implementato embarghi e proceduto alla demolizione di migliaia di abitazioni, creando in seguito una zona cuscinetto al confine con Gaza al cui interno si trovava la città di Rafah. L’esercito, che avrebbe dovuto salvare le popolazioni locali dal giogo di Wilayat Sinai, ha finito dunque per rivelarsi il loro peggior nemico e incentivarne il confluire nelle fila dei terroristi.

Fig. 2 – Amicizia russo-egiziana nella Cairo islamica, 2018. | Foto: Alessandro Balduzzi
3. IL REGIME AMICO DELLE POTENZE STRANIERE

Al netto dei risultati conseguiti sul terreno, la macchina diplomatica egiziana ha saputo far fruttare la retorica del Paese nordafricano come baluardo anti-terroristico. In direzione Cairo, gli Stati Uniti versano ogni anno circa 1,5 miliardi di dollari di finanziamenti, di cui 1,2 miliardi in aiuti militari. Nel 2017 sono inoltre ricominciate le esercitazioni congiunte tra le Forze Armate a stelle e strisce e quelle egiziane, dopo l’interruzione del 2009. Affari proficui in corso anche tra Parigi, come testimoniato dalla recente trasferta egiziana di Emmanuel Macron: a fronte di numerosi accordi nel settore dei trasporti, delle energie rinnovabili, della salute e dell’agricoltura, il Cairo acquisterà dai francesi navi da guerra, caccia e un satellite militare per un miliardo di euro. L’intensificazione dei rapporti bilaterali ai tempi di Trump e al-Sisi si è tradotto anche nella ricezione dell’invito alla costituzione di una “Nato araba” anti-Teheran propugnato dal segretario di Stato Mike Pompeo. Almeno ciò lasciano intuire le esercitazioni intraprese con vari Paesi del Golfo sotto il nome di Arab Shield. Con il premier israeliano Netanyahu recentemente in visita in Oman, il leitmotiv anti-sionista della grande famiglia araba ha ormai assunto i caratteri di un artificio retorico svuotatosi di sostanza, cui si sostituisce un asse puntato contro lo schieramento sciita a guida iraniana. Connubio di interessi interni ed eco internazionale è altresì il coinvolgimento del Cairo sul fronte libico. Sostenitore di un Khalifa Haftar sempre più imprescindibile sul palcoscenico dell’ex Jamahirya, l’Egitto punta a proteggere i propri confini orientali da infiltrazioni jihadiste e traffici illegali. Al contempo, l’impegno nel Paese vicino contribuisce ulteriormente al consolidamento della rappresentazione della Repubblica nilotica quale attore forte trait d’union tra Nord Africa e Levante. Con alla regia Abdelfatttah al-Sisi, immarcescibile Generale-Presidente.

Alessandro Balduzzi