Esiste da tempo una penetrazione cinese in Italia fatta di semi-monopolio economico (porti di Genova e Trieste), creazione di soft power (la foto di Xi in visita a Roma nel 2019 con sullo sfondo il busto di Cesare Augusto) e proiezione di potenza. Ogni Stato la cui politica interna sia fatta regolarmente e che si identifichi con la sua politica estera, compie e deve effettuare la sua proiezione di potenza. Lo fa la Francia, lo fa il Regno Unito, lo fanno naturalmente gli Stati Uniti, sennonché l’Italia non può obliterare la sua appartenenza alla Nato e al G7.

L’ultimo G7 ha avuto come oggetto privilegiato la Cina. Come riportato da Reuters, per il Global Times di Pechino il G7 non ha fatto altro che espandere la rete anti-cinese degli americani, scendendo al livello di «workshop anti-cinese» come si leggeva a un giorno dal summit su quella testata. Per Pechino si tratta di interferenza brutale negli affari interni cinesi e addirittura di «una non celata stimolazione alla divisione in blocchi». Il comunicato del G7 nominando largamente la Cina ha saputo usare sia delle nuance, che dei toni «non troppo morbidi nei confronti di quel Paese» come ha dichiarato il portavoce di Scholz. Ed è tutto dire, visto che la Germania persiste nel non voler disaccoppiare la sua economia mercantilista dalla Cina.

In relazione alla presenza italiana all’ultimo G7 gli analisti di Csis hanno poi osservato – fatto rimarchevole in quella sede – che «anche se le priorità italiane sono al momento non conosciute, è probabile che Roma si concentrerà nel proseguire col suo supporto all’Ucraina e nella sua potenziale ricostruzione a seconda dell’evoluzione della situazione nel corso dei prossimi 12 mesi. Inoltre la Cina è la nota e continua preoccupazione del G7. Anche prima di Hiroshima l’Italia ha annunciato di esser riluttante a rinnovare la Belt and Road Initiative con la Cina, un segnale questo di evidenti tensioni».

Infrastrutture critiche e decoupling dalla Cina

Mentre nel 2014 erano state segnalate 8 operazioni sospette che risultavano predatorie o minacciose per il sistema Paese, le sue imprese strategiche e infrastrutture critiche, nel 2015 si era passati a 18 campanelli d’allarme e nel 2019 si era arrivati a quota 83. Complice la pandemia, nel 2020 le operazioni di questo genere erano salite a 342 e nel 2021 si sono registrati 496 casi, questa volta tramite il Golden power.

Viviamo anni prossimi al decoupling rispetto all’economia cinese. Questo vuol dire che siamo già oltre il derisking che è invece il partenariato strategico (Francia) e il mercantilismo continentale (Germania) praticato da altri Stati europei verso la Cina. Chi volesse vedere nel merito il dibattito a livelli creativi negli atenei americani trova abbondante materiale esplicativo online (l’AIM festival London 2023 a questo link).

Nella fattispecie italiana decoupling indica che si è oltre rispetto al Golden power posto in essere dal governo Draghi e portato avanti anche dal governo Meloni. Le applicazioni di questo strumento volto alla difesa delle industrie e delle attività strategiche, in senso ampio di interesse nazionale, sono oggi all’ordine del giorno. Ultimo alla lista si è aggiunto il caso Pirelli.

Ma cosa vuol dire che il Golden power è ormai dato per acquisito e teoreticamente obsoleto? Significa che si è andati oltre nell’accezione in cui si sta probabilmente passando dalla difesa all’attacco, sia pure in sordina e partendo dall’auspicabile non rinnovo del Memorandum firmato ai tempi dal governo Conte con Xi. Dando per inteso che trattare da pari con una potenza dispotica qual è la Cina, espone l’Italia al rischio di penetrazione economica e dei suoi asset di sicurezza nazionale, in quanto per il Partito cinese ogni applicazione economica è suscettibile di impiego partitico, si capisce perché fare affari con la Cina sia altamente rischioso e assai poco auspicabile per il futuro prossimo anche e soprattutto alla luce della guerra in Ucraina.

Lo scenario italiano per Pechino non occupa né il primo né il secondo posto nelle priorità della sua proiezione di potenza, eppure la Cina vorrebbe avervi larga parte, e quindi verrà ostacolata dal nuovo corso (si veda tra gli altri il notevole articolo di J. Holslag, Every ship is a warship, sulla compagnia navale statale cinese Cosco, caso paradigmatico per la comprensione in scala macro).

Conclusioni

Il professor Marco Giaconi aveva rilevato a suo tempo, in anni non sospetti (2019) alla fine del «periodo buonista» dell’occidente nei confronti delle potenze dispotiche asiatiche, come la Cina avesse intrapreso una campagna sistematica di acquisizione di aziende italiane particolarmente vivaci, 730 a quella data, sfruttando «società esterovestite con capitali cinesi».

La risposta a questo scenario in prima analisi sarà il contrasto delle iniziative cinesi di soft power. Con le parole dell’analista Marco Rota, peraltro, «nuove norme sui sussidi esteri che entreranno in vigore entro la fine del 2023 permetteranno all’Ue di vietare alle società cinesi (e non solo) di effettuare acquisizioni o aggiudicarsi grandi appalti pubblici, se tali società sono state o sono finanziate dal governo statale cinese; pratica che l’Ue ritiene distorsiva».

In un secondo momento si passerà al rafforzamento delle attività di guerra psicologica e gestione dei canali informativi, sia riservati che aperti. In uno scenario post-pandemico sarà quindi necessario assicurarsi altri punti di forza nel campo della sicurezza logistica, medicale e dell’approvvigionamento alimentare per interdire i concorrenti nell’esercizio dei loro interessi strategici. Questo significherà, infine, che l’interesse nazionale del Paese dovrà avere la capacità di occultare i propri fini strategici sino al suo esaurimento, definendo le aree di reciproca collaborazione con i concorrenti-avversari e il loro costo.