Le ricerche e le indagini svolte da diversi giornalisti stranieri sugli uiguri hanno fatto scoprire al mondo una vera e propria tragedia umanitaria. Per i suoi reportage John Sudworth, corrispondente della Bbc, è dovuto fuggire. Anche l’Amministrazione Biden ha denunciato pubblicamente quanto sta avvenendo. Ma difficilmente ciò basterà per fermare le atrocità

Da anni sulla Cina pende l’accusa di aver internato centinaia di migliaia di uiguri dello Xinjiang, regione autonoma turcofona del nord-est dove vivono circa dieci milioni di musulmani. Non è un mistero che Pechino punti alla «sinizzazione» della regione. Un processo che, sulla carta, dovrebbe esplicarsi attraverso la rieducazione e il reinserimento delle comunità locali con l’istituzione di scuole formative in cui si promuovono campagne di sensibilizzazione e informazione sulla prevenzione e il contrasto del terrorismo e dell’estremismo religioso.

I campi di detenzione per uiguri nello Xinjiang

Dalle poche notizie che circolano in merito allo Xinjiang, emerge un quadro ben differente. La Cina avrebbe pianificato una sistematica repressione di ogni forma di dissenso nel confronti del governo centrale di Pechino, dinamiche che sono emerse negli ultimi anni dallo studio delle immagini satellitari della regione. Ad aprile 2015, dalle foto di una vasta area desertica situata vicino alla cittadina di Debancheng si vedeva solo sabbia, rocce e terreno incolto. A distanza di soli tre anni, nell’aprile 2018, le immagini dello tsesso luogo lasciavano intravedere una costruzione messa in piedi in tempi record. Qualche mese dopo, ad ottobre, il perimetro della costruzione era più che raddoppiato.

Dalle immagini appare piuttosto chiaro che quelle costruzioni siano dei campi di rieducazione. Il governo cinese ha sempre respinto questa accusa. E negli ultimi due anni, in particolare, ha diffuso video e articoli di propaganda che mostrano classi pulite, studenti sorridenti e una qualità della vita apparentemente più che sostenibile, per gli uiguri presenti all’interno. Le poche interviste che giornalisti stranieri sono riusciti a realizzare a chi risiede in questi campi sembrano però raccontare una realtà diversa. Chi ha parlato ha dichiarato di aver profondamente capito i propri errori, giurando che non li avrebbe ricommessi una volta fuori.

Insomma, non esattamente una libera e sincera confessione. Come testimoniato da Ablet Tursun Tohti, uno dei pochi ad essere riuscito a fuggire dallo Xinjiang per andare all’estero, chi finisce dentro questi campi difficilmente verrà liberato. Una volta finiti dentro, filo spinato, torri di controllo e sistemi di sorveglianza impediscono la fuga. Ablet Tursun Tohti ha raccontato che suo padre e i suoi otto fratelli sono tutti internati senza processo, e che nessuno conosce la data di un possibile rilascio. Quando si finisce dentro il «trattamento» prevede pestaggi, intimidazioni, divieti di accedere ai servizi sanitari, monitoraggio di ogni movimento, sterilizzazioni e aborti forzati, torture di ogni tipo.

Giornalisti scomodi espulsi o costretti a fuggire dalla Cina

Chi ha provato a fare luce su questi luoghi di detenzione è il giornalista statunitense della Bbc John Sudworth. Questi ha raccontato di aver dovuto sopportare la stretta sorveglianza cinese, minacce di azioni legali, depistaggi e qualsiasi tipo di intimidazione a causa dei suoi reportage. Alla fine Sudworth è stato costretto a lasciare il Paese. Oltre al suo caso, vi sono state negli ultimi anni molte espulsioni di giornalisti da parte di Pechino, perché hanno cercato di far luce sul tema uiguri. Solo l’anno scorso sono stati allontanati corrispondenti del New York Times, del Washington Post, del Wall Street Journal e di alcune testate australiane.

Di fronte a quanto sta accadendo nello Xinjiang, la comunità internazionale resta, fondamentalmente, a guardare. Vale anche per la Turchia, a cui la comunità turcofona degli Uiguri è legata. Ankara ha spesso rivendicato il rispetto dei basilari diritti umani nella regione da parte della Cina. Ma, di fatto, non ha mai smesso di continuare a fare affari con Pechino.

La prima reazione dell’Amministrazione Biden

Recentemente, l’Amministrazione Biden ha provato a battere un colpo. L’ultimo rapporto redatto dal Dipartimento di stato americano contiene la prima accusa ufficiale degli Stati Uniti nei confronti di Pechino sulla questione. La relazione è stata pubblicata il 30 marzo scorso e al suo interno parla espressamente di «genocidio» nei confronti degli uiguri. Nei mesi passati, diversi esponenti del governo statunitense si erano lasciati andare a commenti e affermazioni critiche nei confronti della Cina, ma finora non era mai stato rilasciato un documento governativo in tal senso. Questa forte presa di posizione da parte di Washington è arrivata qualche giorno dopo le sanzioni imposte dall’Unione Europea a quattro funzionari cinesi, ritenuti colpevoli delle persecuzioni nello Xinjiang. Mentre la Cina prosegue con le smentite, denunciando la diffamazione occidentale. Ormai però la verità è sotto gli occhi di tutti. Anche se le atrocità proseguono indisturbate.