Maldive_Yameen

Resta alta la tensione nelle Maldive, l’arcipelago situato nell’Oceano Indiano dove da giorni le strade della capitale Malé e degli altri principali centri abitati sono presidiate dall’esercito. Il 5 febbraio il presidente Abdulla Yameen ha dichiarato lo stato d’emergenza nel chiaro tentativo di impedire un ritorno nella scena politica nazionale del suo principale oppositore, l’ex presidente Mohamed Nasheed.

 

I fatti

Tutto ha inizio ai primi di febbraio. La corte suprema, con una decisione presa all’unanimità, annulla la condanna al carcere per nove importanti esponenti dell’opposizione. Tra questi c’è anche l’ex presidente Mohamed Nasheed. Primo capo di Stato democraticamente eletto nel Paese nel 2008, nel 2012 Nasheed è costretto a dimettersi dai vertici militari. Arrestato con l’accusa di terrorismo nel 2015, l’anno dopo riesce a lasciare il Paese ottenendo asilo nel Regno Unito. Ai primi di febbraio la corte suprema dichiara incostituzionale il processo a seguito del quale era finito dietro le sbarre. Tra gli oppositori rimessi in libertà c’è anche Maumoon Abdul Gayoom, anch’egli ex presidente-dittatore del Paese (dal 1978 al 2008) e fratellastro dell’attuale presidente Abdulla Yameen. La corte suprema stabilisce inoltre il reintegro in parlamento di 12 deputati che avevano lasciato il partito del presidente, il Partito Progressista delle Maldive, consegnando così alle opposizioni la maggioranza parlamentare.

La reazione di Yameen non si fa attendere. Il 5 febbraio il presidente ordina ai militari di fare irruzione nel palazzo della corte suprema a Malé e di arrestare due dei suoi cinque giudici – Abdulla Saeed e Ali Hameed – accusandoli di essere corrotti e di aver tremato un golpe per far cadere il suo governo. Dopodiché, parlando alla tv di Stato, proclama lo stato d’emergenza per 15 giorni.

Il giorno dopo, martedì 6 febbraio, arriva l’inversione di marcia dei tre giudici della corte suprema ancora in libertà, i quali per evitare il carcere decidono di ritirare la decisione di liberare i nove oppositori del presidente. Per ora, non viene invece ritirata la decisione di riassegnare i seggi ai 12 parlamentari che hanno “tradito” il partito di governo.

 

La mossa d’anticipo del presidente Yameen

Fiutando il pericolo di un ritorno nel Paese di Nasheed in vista delle prossime elezioni politiche che dovrebbero svolgersi quest’anno, Yameen ha dunque giocato d’anticipo sulle opposizioni. Adesso, con l’imposizione dello stato d’emergenza, ha consegnato il Paese nelle mani dell’esercito e limitato sensibilmente i poteri della magistratura così come del parlamento. Pertanto, fin quando vigerà questo stato di cose, per le opposizioni sarà impossibile ottenere la destituzione del presidente per impeachment.

Yameen non è nuovo all’adozione di una linea dura nei confronti degli oppositori da quando è salito al potere nel 2013. Con quest’ultimo colpo di mano larga parte dei suoi oppositori resta in carcere, il che gli spiana la strada verso una rielezione alle prossime elezioni, a meno che non siano i militari a frenarne la corsa.

 

La reazione della comunità internazionale

Intanto aumentano di giorno in giorno le reazioni dall’estero. Nasheed ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire per rimuovere Yameen dal suo incarico. Il 6 febbraio si è rivolto all’India chiedendo l’invio di truppe nell’arcipelago. Gli Stati Uniti hanno dichiarato di essere «preoccupati» e «delusi» per ciò che sta accadendo e hanno invitato Yameen a ristabilire lo stato di diritto. Il presidente sa però di poter contare sull’appoggio della Cina, Paese con cui ha rafforzato i rapporti diplomatici ed economici da quando ha assunto la presidenza.

Questa crisi politica arriva nel pieno dell’alta stagione turistica, la grande risorsa economica di questo Paese. Composto da 26 atolli corallini e da 1.192 isole, e abitato da circa 400mila persone, l’arcipelago delle Maldive vive di turismo. Una voce che nel 2016 ha portato nelle casse dello Stato 2,7 miliardi di dollari.

 

Le raccomandazioni della Farnesina

Le Maldive sono una delle principali località turistiche scelte ogni anno anche da migliaia di italiani. Nel 2017 sono stati 90.000 i nostri connazionali che hanno scelto questo Paese per trascorrere un periodo di vacanza. Mentre da gennaio di quest’anno sono già sono stati 7.500 a optare per questa meta di viaggio. La Farnesina monitora la situazione nel Paese e ha raccomandato cautela solo a chi decide di «soggiornare nell’isola di Maafushi, ove ha sede un penitenziario di alta sorveglianza in prossimità del quale vi sono state manifestazioni». A chi si trova nella capitale Malé è stato invece consigliato di «evitare luoghi di raduno (anche pacifici) e di mantenere un alto livello di allerta».

 

Le tensioni sociali e il pericolo jihadista

L’arcipelago delle Maldive vanta il più alto numero di foreign fighters in rapporto alla popolazione. Si tratta del Paese non arabo con il più alto tasso pro-capite di combattenti jihadisti al mondo. Il fronte di guerra che li vede maggiormente impegnati è quello siriano, dove buona parte di essi ha scelto di unirsi alle milizie dello Stato Islamico. Dati che emergono dal libro-inchiesta Ma quale paradiso? Tra i jihadisti delle Maldive, scritto dalla giornalista Francesca Borri ed edito da Einaudi.

Nelle Maldive il fenomeno jihadista fa leva principalmente su tre aspetti. Il primo rimanda alle enormi disparità sociali che ci sono tra una ristretta cerchia di ricchi (il 5% della popolazione) e il resto degli abitanti che per la maggior parte (40%) vive invece sotto la soglia di povertà. La disoccupazione tra i giovani è altissima e la scuola è obbligatoria solo fino ai 16 anni. Alto è anche il numero di tossicodipendenti, considerato che secondo una recente ricerca delle Nazioni Unite il 44% delle famiglie di questo Paese ne ha almeno uno in casa. Così come sono in tantissimi i giovani che, in mancanza di prospettive, entrano a far parte delle gang criminali. Il risultato è un Paese spaccato letteralmente a metà: da una parte ci sono i resort e le spiagge da cartolina per i turisti che arrivano qui da tutto il mondo; dall’altra le storie di violenza quotidiana delle città, a cominciare dalla capitale Malé.

Il secondo aspetto rimanda all’Islam sunnita che è l’unica religione del Paese. Nelle Maldive, infatti, non esiste la libertà di culto e dal 2008 un emendamento alla Costituzione ha negato ai non musulmani di poter ottenere la cittadinanza maldiviana.

Il terzo aspetto, infine, riconduce alle ingerenze di Paesi come l’Arabia Saudita che punta a diffondere qui la visione wahhabita-salafita dell’Islam. È un obiettivo che Riad sta perseguendo sia agevolando l’arrivo di giovani delle Maldive nelle sue università, sia finanziando la costruzione di moschee e luoghi di culto nel Paese. Il tutto, ovviamente, con il benestare del governo che ha tutto l’interesse ad attrarre esosi investimenti da parte delle monarchie del Golfo e, al contempo, a spedire oltreconfine quelle mele marce che ambiscono a morire per la causa jihadista.