Perché contano gli accordi tra Israele, Emirati e Bahrein

Si è tenuta ieri, 15 settembre, alla Casa Bianca la cerimonia della firma degli “Accordi di Abramo” tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche. Per il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha presieduto alla cerimonia, è : «Una svolta storica per la pace nella regione». Il presidente Usa ha aggiunto che le nazioni presenti hanno compiuto «un passo imporante verso la pace e la prosperità». Erano presenti il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e i ministri degli Esteri degli Emirati e del Bahrein, rispettivamente Abdullah bin Zayed al Nahyan e Abdullatif bin Rashid Al Zayani. La firma è avvenuta a South Lawn, stesso luogo della firma degli Accordi di Oslo del 1993 con i palestinesi. Gli accordi firmati dai due Stati del Golfo rendono questi due paesi il terzo e il quarto tra gli Stati arabi a normalizzare le relazioni con Israele, dopo Egitto e Giordania, che hanno siglato trattati di pace nel 1979 e nel 1994. Era stato Amichai Stein, giornalista dell’emittente televisiva israeliana “Kann”, ad anticipare venerdì 11 settembre su Twitter l’accordo tra tel Aviv e Manama, citando fonti ufficiali. Amichai Stein aveva annunciato che il principe ereditario, Salman bin Hamad bin Isa Al Khalifa, si sarebbe recato a Washington lunedì 14 settembre.

Embed from Getty Images

Sebbene il contenuto dei testi degli accordi non sia stato ancora divulgato, i giornalisti israeliani, come riferisce Agenzia Nova, hanno affermato che quello siglato con gli Emirati Arabi Uniti è un “trattato di pace”, mentre quello con il Bahrein è una “dichiarazione di pace” separata. Il primo è un trattato che ha valore giuridico internazionale e che deve essere formalizzato da un voro del parlamento, mentre il secondo è solo una dichiarazione congiunta in cui viene preso un impegno per la pace. Gli accordi sono rilevanti per una serie di ragioni, messe insieme in questo articolo della Bbc.

Gli Emirati possono così perseguire le proprie ambizioni di potenza militare, ponendosi al tempo stesso come luogo in cui fare affari e come meta turistica. È possibile che gli Stati Uniti abbiano favorito l’intesa promettendo armi tecnologicamente avanzate che gli Emirati fino a oggi erano riusciti a malapena ad ammirare da lontano. Tra queste gli aerei da guerra F35 stealth, gli aerei EA-18G Growler per la guerra elettronica e i droni Reaper. Gli Emirati, come è noto, hanno impiegato già gli armamenti a loro disposizione nei conflitti in Libia e in Yemen, ma il nemico numero uno per il piccolo e ambizioso Stato arabo resta l’Iran. Israele attraverso questo risultato riduce il proprio isolamento nella regione. Rafforzare l’alleanza contro Teheran è un altro punto a favore di Netanyahu.

Embed from Getty Images

Ammar Hijazi, vice ministro degli Affari multilaterali dell’Autorità Palestinese, ha detto ad Al Jazeera che si è trattato di un «triste giorno». «L’unica via per la pace – ha aggiunto – è la fine della brutale occupazione israeliana e la garanzia ai palestinesi del loro diritto inalienabile all’autodeterminazione». Secondo Ammar Hijazi, gli accordi sono ben lungi dal favorire la pace e spianano invece la strada alla vendita di armi agli Stati dell’area. Dal punto di vista di Trump, invece, gli accordi servono a celebrare il ruolo del presidente quale “dealmaker”, favorendo la sua campagna elettorale e permettono di aggiungere un tassello alla strategia della “massima pressione” contro l’Iran.

LEGGI ANCHE: LA PACE TRA ISRAELE ED EMIRATI

Noura Erakat, avvocato per i diritti umani, ha scritto in questa analisi che «gli accordi non sono affatto uno stimolo alla pace ma un intesa per unire le forze nell’intento di sopprimere la lotta per la libertà e la democrazia, un’alleanza geopolitica tra regimi opressivi che espande la sfera di influenza degli Stati Uniti in Medio Oriente attraverso la creazione di un’infrastruttura diplomatica e finanziaria».

Proprio mentre alla Casa Bianca veniva celebrata l’intesa, le sirene delle città israeliane di Ashkelon e Ashdod, nel Sud di Israele, risuonavano per il lancio di razzi dalla Striscia di Gaza, razzi che non hanno causato vittime. Nel pomeriggio di ieri ci sono state proteste da parte dei palestinesi nella Striscia e in Cisgiordania.