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Cronache da Santiago, dove i muri parlano e il presidente tace

Cronache da Santiago, dove i muri parlano e il presidente tace

A Santiago sono chiusi i parchi cittadini, blindati gli accessi agli uffici pubblici e nella vicina Valparaiso, fatta di continui saliscendi, sono bloccati tutti gli ascensori che portano su è giù gli abitanti. Intanto sale l’odore di lacrimogeni mentre i carabineros sembrano dileguarsi

Santiago del Cile – Non è rimasto un centimetro di spazio libero sui muri di Santiago. Case, negozi, palazzi governativi, chiese e musei sono coperti di scritte e volantini. Dicono “Piñera vattene” “Piñera assassino, dittatore, tiranno, tirannosauro” “Il Cile si è svegliato” “Non abbiamo paura” “Rivoluzione popolare” “Lo Stato uccide” insieme a “Il futuro sarà femminista o non sarà”, “Lotta come se fossi una donna” e tanti tanti insulti contro i pacos, le forze dell’ordine.

La capitale come un enorme foglio da disegno consumato e ormai da cambiare. Bisognerebbe voltare pagina. Ma cambiare non si può e non si vuole nel Cile di Sebastián Piñera. E così, dopo le prime proteste, la gente continua a scendere nelle strade e in piazza: una in particolare, Plaza Baquedano, già ribattezzata Plaza de la Dignidad, dai ribelli e perfino da Google Maps.

La giornata inizia con uno sciopero dei professori, lento e pigro, per le strade del centro; gli studenti, un paio di quartieri più in là, hanno un altro piglio. Urlano, invadono le strade, saltano sulle pensiline di quel che resta delle fermate degli autobus sventrate, suonano tamburi e letteralmente qualsiasi altra cosa possa fare rumore. Anche per questo muoversi per Santiago è sempre più complicato. I bus, soprattutto dopo una certa ora, sono costretti a cambiare itinerario o a concludere la corsa dove capita; tante fermate nevralgiche della metropolitana sono state distrutte dai manifestanti e ad oggi sono inagibili, altre vengono chiuse da un momento all’altro a seconda della situazione.

Le strade vengono bloccate all’improvviso da barricate di fortuna fatte di falò, pietre e mattoni. Nell’aria un continuo odore pungente di lacrimogeni, che fanno la fortuna dei venditori di mascherine appostati a ogni angolo di strada. Impossibile respirare senza qualcosa che non ripari naso e occhi. Per questo i più organizzati girano con la bandana calata sul collo o vere e proprie maschere antigas. Nel pomeriggio le mascherine e i loro proprietari si riuniscono a Baquedano dove sventolano soprattutto due bandiere, quella cilena e quella mapuche. In pochi minuti si ritrovano in migliaia e intonano cori che in Italia, a un oceano di distanza, sembrano usciti da un vecchio vinile, “El Pueblo unido…”; urlano fino a perdere il fiato la parola “dignidad” e non difettano in fantasia quando c’è da abbinare un insulto a Piñera. Molti di loro hanno vent’anni o poco meno, ma ci sono persone di ogni età, anche un padre con sulle spalle il figlioletto protetto da una maschera da supereroe.

 

 

I più poetici, intanto, esibiscono cartelli in rima, provando a emulare Pablo Neruda, che alla Chascona, a pochi passi da lì, passava i sui giorni a Santiago. I più facinorosi, invece, distruggono con tutto quel che trovano scale e marciapiedi: picconi, spranghe, barre di acciaio. Da tutto quello scalpellare escono pietre della giusta grandezza per stare in una mano. Quando i carabineros, i pacos, avanzano, nel tardo pomeriggio, inizia il lancio di oggetti. Le forze dell’ordine rispondono con gli idranti, ma la gente, come immune alla pressione dell’acqua, non arretra. Anzi, avanza fino a sfiorare lo scontro fisico. Intanto la televisione mostra un centro di detenzione illegale dove i manifestanti vengono torturati. In questi giorni continuano a spuntare in tutto il Paese luoghi del genere, facendo tornare alla memoria i tempi di Augusto Pinochet. Un sindaco esce allo scoperto e denuncia i carabineros dello stupro di cinque donne.

Piñera tace e lascia la Moneda all’interno di un suv blindato e con i vetri oscurati, protetto da una lunga carovana di auto e motociclette. Tutte le strade intorno al palazzo presidenziale, tristemente noto per il golpe militare del 1973 ai danni di Allende, sono blindate. Non si può passare. Fino a quando? «Domani mattina forse, chissà, o dopodomani», risponde una bellissima carabinera con fucile e rossetto. Man mano che la folla si disperde, i manifestanti bloccano l’arteria principale che porta alla stazione dei treni e degli autobus all’altezza dell’Universidad Catolica. Alcuni tassisti e automobilisti inveiscono, altri suonano il clacson a tempo con i cori e fanno ampi gesti di approvazione.

Intanto Maca, 35 anni, figlia di un funzionario statale appena rientrata da un lungo viaggio in Europa, non trattiene la rabbia nei confronti dei manifestanti e parla di “anarchici che stanno rovinando un Paese”. Certo, ci sono saccheggi e furti in ogni angolo della capitale, sopratutto dopo il calar del sole. Ma non possono essere tutti anarchici. Sono troppi. Sono ovunque. Marco, che ha vent’anni e studia all’Università, per arrotondare lavora a Bellas Artes, a poche centinaia di metri dal caos, in una libreria di quartiere schierata con i manifestanti. E Marco, come la libreria, sa perfettamente da che parte stare: «Il popolo è stanco di false promesse e privilegi per pochi. Non vuole più aspettare».

In vendita, tra gli scaffali, c’è una maglietta celebre, almeno da queste parti: su sfondo bianco c’è un grande “No” accanto a un arcobaleno. Era il logo della campagna che portò a naufragare il referendum indetto da Pinochet nel 1988 per legittimare il proprio potere, l’inizio della fine per il Caudillo. La vittoria di quel “No” fu insperata. «Quel che è strano è che oggi chi è contro il potere ha come parola d’ordine “Sì”, che significa sì a una nuova Costituzione. In trent’anni è cambiato tutto, da “no” a “sì”, e non è cambiato niente». Sul bancone della cassa c’è un vaso trasparente in cui la gente è invitata a scrivere il nome della persona che vorrebbe tra i componenti dell’Assemblea costituente. È questo che i manifestanti vogliono, oltre all’addio, possibilmente immediato, di Piñera. E ce la farete? «Certo che ce la faremo» risponde Marco, fedele ai tipici, lentissimi tempi sudamericani: «Ci vorranno dieci anni, ma ce la faremo».