La crisi di governo va avanti ormai da dicembre, tra ripensamenti, ritirate tattiche e voti di fiducia. L’ultimo è stato il doppio voto del 18 e 19 gennaio. Nella prima giornata, alla Camera dei Deputati, il Governo ha ottenuto la fiducia con 321 voti. Il giorno seguente, al Senato, ha raccolto la maggioranza relativa, 156 voti di fiducia, finendo quindi sotto la soglia dei 161 richiesti dalla maggioranza assoluta a causa dell’astensione di Italia Viva, che nel frattempo aveva ritirato due Ministri e un Sottosegretario.

Dopo una settimana in cui  il Presidente del Consiglio ha provato ad allargare, con scarso successo, il perimetro della maggioranza, soprattutto al Senato, varando la c.d “Operazione Costruttori”, Conte si è recato al Quirinale e ha presentto le dimissioni, dando così  ufficialmente inizio alla crisi di governo.

Ad aprire, politicamente, la crisi di Governo è stato l’ex Premier Matteo Renzi, leader di Italia Viva, su questioni dirimenti per il prosieguo dell’esperienza giallorossa: su tutte, la gestione dei soldi del Recovery Fund europeo e l’accantonamento della struttura piramidale per la gestione dei fondi UE, inizialmente pensata da Conte.

Il piano italiano sul Recovery Fund è stato -parzialmente- emendato, e, inoltre, è stata cassata la struttura di governance. Ma Italia Viva ha ritirato l’appoggio al Governo, perchè rimanevano- a detta dello stesso Renzi- problematiche a cui il Presidente del Consiglio non aveva trovato una soluzione, ad esempio la delega ai Servizi, oltre che divergenze di natura personale fra lo stesso Conte e Renzi.

Dimessosi il Governo, si sono aperte le consultazioni al Quirinale, per la formazione di un nuovo esecutivo. Le quotazioni sulla natura del Governo che nascerà cambiano di continuo, al momento, la fotografia è, all’incirca, la seguente:

  • Conte Ter: Conte forma il suo terzo governo (il terzo in tre anni), a patto che Italia Viva torni in maggioranza, un fatto che renderebbe Renzi il vero guardiano (o eventualmente il becchino) del Governo.
  • Conte Ter con i “costruttori”: ipotesi ad oggi impraticabile. I “costruttori” non hanno ancora numeri determinanti, e il Capo dello Stato ha chiesto l’appoggio di un gruppo parlamentare “politicamente omogeneo”.
  • Stessa maggioranza ma senza Conte: un governo con l’appoggio dei giallorossi e Italia Viva, ma guidato da un M5S come Di Maio, Fico o Patuanelli. Ipotesi che accontenterebbe il partito di Renzi e, una parte del PD. In questo modo Conte uscirebbe di scena e la sua popolarità ne risentirebbe, svuotando la “Lista Conte” e allontanando eventuali velleità qurinalizie dell’Avvocato di Volturara Appula.

Discorso parzialmente diverso se a guidare il prossimo Governo dovesse essere un dem, ad esempio Gentiloni. Il commissario Ue potrebbe sacrificare il posto a Bruxelles per guidare, nuovamente, l’esecutivo. Inoltre, funzionerebbe da garante per i partner europei, per quanto riguarda l’uso del Recovery Fund. Più defilati, al momento, sembrano Franceschini o il Ministro della Difesa Guerini (molto apprezzato in ambito NATO).

Quella del “sacrificio” di Conte, ad oggi, sembra l’opzione più probabile e, tramite questa formula,  dovrebbe nascere il nuovo Governo lunedì prossimo.

  • Coalizione Ursula: dal nome della Presidente di Commissione UE, eletta anche con i voti di PD, Forza italia e M5S. Significherebbe l’ingresso del partito di Berlusconi in maggioranza e l’uscita di scena di Conte e spaccherebb, almeno temporaneamente, il fronte unito del centrodestra. Opzione sostenuta da Più Europa/Azione e da Forza Italia. Un’ipotesi difficile ma non del tutto improbabile.
  • Governo tecnico/istituzionale: i nomi per guidarlo non mancano, da Carlo Cottarelli all’ex Presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia. Ma, ad oggi, risulta una strada incerta, principalmente perchè mancherebbero delle forze parlamentari decise a sostenerlo.

Il PD e il M5S fanno quadrato su Conte, affinchè guidi il suo terzo Governo, mentre Italia Viva si limita, in maniera un po’ sibillina, a sostenere che “non ha preclusioni sui nomi, ma solo sui programmi”. Un modo elegante per tastare il  gradimento di eventuali sostituti del Premier da parte degli alleati. Democratici e pentastellati, inoltre, hanno un’ulteriore, seppur debole, motivazione per sostenere l’attuale inquilino di Palazzo Chigi: con Conte a capo dell’esecutivo, le elezioni si allontanerebbero (anche se forse a costo di una miniscissione in casa M5S, con a capo Alessandro Di Battista).

Tuttavia, sacrificare Conte in questo momento, specialmente adesso che è sentito come teste nel processo a Salvini per il caso Gregoretti, permetterebbe di allargare la maggioranza proprio a Forza Italia, andando magari a costituire quella “coalizione Ursula”.

In ogni caso, come si vede, la politica italiana è sempre in attesa dei desiderata di Berlusconi e Renzi; a dimostrazione che, piaccia o meno, questi due protagonisti rimangono i kingmaker delle maggioranze parlamentari.

Foto Roberto Monaldo / LaPresse