I peshmerga curdi, la potente armata del Nord che in Iraq si è intestata le principali vittorie contro il Califfato, è pronta allo scontro aperto con le forze del governo di Baghdad. Negli ultimi giorni, infatti, hanno scavato lunghe trincee nei dintorni di Kirkuk, la strategica città del petrolio da loro considerata parte del Kurdistan indipendente, che è stata occupata dalle milizie sciite irachene all’indomani della dichiarazione d’indipendenza del 25 settembre. Quando, cioè, Erbil si è autoproclamata capitale del nascente stato curdo in Iraq.

 

A una cinquantina di chilometri da Erbil, si prepara dunque la seconda fase della guerra civile irachena, con le milizie sciite assoldate dal governo di Baghdad che si ammassano in un’area incerta tra Kirkuk e il Governatorato omonimo, nel tentativo di riprendere un territorio che gli è sfuggito di mano sin dal 2014. Ovvero dal momento in cui lo Stato Islamico ha sconvolto il concetto stesso di stato iracheno, aprendo il paese al caos e alla frantumazione regionale.

 

Alle milizie irachene si sono unite da tempo centinaia di milizie iraniane, forze inviate da Teheran in appoggio al governo centrale nella speranza non solo di ricomporre l’Iraq ma di impedire che al proprio confine si definisca uno stato curdo. Perché questo potrebbe un domani portare migliaia, se non milioni di curdi iraniani, a ribellarsi al regime degli Ayatollah.

 

Il ruolo degli Stati Uniti

 

È una fase molto difficile e incerta questa. E lo dimostra la presenza nella regione del Segretario di Stato americano Rex Tillerson. Sinora, Washington ha foraggiato proprio i curdi (iracheni e siriani) in funzione anti-ISIS. Perciò, ne risponde quasi direttamente. Nell’incontro con il premier iracheno Haider Al Abadi, avvenuto il 23 ottobre a Baghdad, Tillerson ha dichiarato senza mezzi termini che le milizie sciite sostenute dall’Iran dovranno essere subito «smantellate» e che tutti i combattenti stranieri giunti per sconfiggere lo Stato Islamico «non hanno più ragione di permanere nel paese».

 

Il riferimento era diretto soprattutto alle Unità di Mobilitazione Popolare (PMF), che hanno partecipato alle operazioni per riprendere Mosul, ma anche Kirkuk e i territori curdi. Tillerson ha aperto all’ipotesi di Al Abadi di far confluire nell’esercito regolare quegli iracheni che oggi fanno parte del PMF, poiché per Baghdad loro sono degli eroi nazionali. Ma l’obiettivo strategico degli Stati Uniti resta quello di ridurre l’influenza di Teheran sull’Iraq. Di conseguenza, Erbil non può cadere in mani irachene, perché questo significherebbe rafforzare Teheran.

 

Attualmente «ci sono centinaia e centinaia di iraniani» in territorio iracheno, confermano i generali sul fronte di Kirkuk. Molti di loro sono caduti durante gli scontri per occupare la città petrolifera. E altri ne cadranno, a sentire le parole bellicose dei peshmerga. I quali si dicono pronti a combattere fino alla morte, convinti che la popolazione locale stia con loro. La stessa Kirkuk, ne sono certi, presto si ribellerà all’occupazione delle milizie iracheno-iraniane.

 

 

Le divisioni tra curdi

 

L’attuale situazione negativa per i curdi iracheni si è generata in seguito a quello che i peshmerga ritengono il tradimento supremo da parte dell’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), il partito dell’ex presidente Jalal Talabani che opera principalmente nel sud iracheno. Dopo l’indipendenza proclamata il 25 settembre, infatti, che è coincisa con la morte dello stesso leader Talabani, i nuovi dirigenti del PUK hanno voltato le spalle al KDP, il principale partito politico curdo iracheno (nonché autore della road map per l’indipendenza), accordandosi direttamente con Baghdad e Teheran.

Il capo del KDP, il carismatico Massoud Barzani, adesso si trova perciò nella scomoda posizione di dover difendere il territorio curdo sia dalle mire irachene e iraniane sia da quelle di una parte dei curdi, che si sono uniformati alle volontà irachene e iraniane per non ostacolare la repressione delle province autonome del Kurdistan.

 

La situazione curda in Siria

 

Questo complica non poco il quadro generale e promette di causare ulteriori sciagure al popolo curdo, tanto in quella terra martoriata che un tempo chiamavamo Iraq quanto nella sorella in armi che conosciamo come Siria. Dove la situazione per i curdi non è migliore, specie da quando la Turchia è entrata con un contingente nel corridoio che si trova tra la provincia di Aleppo e quella di Idlib, dove ha intenzione di creare una zona cuscinetto in funzione (anche) anti-curda.

 

Così come in Iraq, nel nord della Siria gran parte del merito di aver sconfitto lo Stato Islamico va attribuito alle milizie arabo-curde dell’SDF, dove la preminenza dei curdi è evidente sotto ogni punto di vista, sia gerarchico che numerico. Queste milizie erano già note sotto il nome di YPG, ovvero il braccio armato del Partito dell’Unione Democratica (PYD) curdo che, ad esempio, ha liberato Kobane. Oggi, le SDF controllano la cosiddetta Rojava, un’area vasta nel nordest della Siria che sconfina in Iraq, proprio dove è in fase di costituzione il Kurdistan iracheno.

 

La Turchia li considera terroristi né più né meno del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan in lotta da decenni con Ankara. Ed è facile ritenere che il governo turco voglia ingaggiare nuovi e più duri scontri con i curdi siriani, non appena la situazione sul campo lo consentirà.

 

Nel frattempo, i curdi rappresentano una minaccia anche per il regime di Damasco, che insiste nella volontà di tornare a governare sull’intera Siria. Un desiderio avallato dagli alleati Russia e Iran, che però trova la forte opposizione degli Stati Uniti, i quali hanno fatto delle SDF la propria longa manus in Siria, così come con i peshmerga in Iraq. E visto che, come noto, il regime di Bashar Al Assad non gode di molte simpatie in America, il timore del Cremlino è che la Casa Bianca voglia sfruttare i curdi per minare l’attuale governo di Damasco.

 

Dunque, ancora una volta, tutta passerà per le armi o per un accordo al vertice che solo Washington e Mosca possono imporre alle altre potenze regionali. Anche se, a questo punto del conflitto, una volta scoperchiato il vaso di Pandora è impossibile rimettere il suo contenuto all’interno.