La storia delle relazioni tra Stati Uniti e Cina è caratterizzata da periodi di aspro confronto e momenti di distensione. Alla base vi sono ragioni politiche, commerciali e ideologiche. A complicare maggiormente il quadro è intervenuta l’affermazione di Pechino come grande potenza economica su scala mondiale, accompagnata da un aumento del suo peso politico nel continente asiatico. Al netto di recriminazioni e ostilità continue: Stati Uniti e Cina potrebbero mai giungere a uno scontro aperto?

L’APERTURA DI OBAMA

Fin dal suo primo mandato presidenziale, Barack Obama avviò un processo di avvicinamento politico-economico nei confronti della Cina. Nel gennaio del 2011, il Presidente statunitense e il presidente cinese Hu Jintao, ospite a Washington, affermarono l’intenzione comune di instaurare relazioni amichevoli. Tale dichiarazione fu seguita dall’accettazione espressa, da parte statunitense, di una Cina forte e prospera, con un ruolo di crescente importanza nello scenario globale, mentre Pechino riconosceva gli Stati Uniti come nazione della regione Asia-Pacifico, la cui presenza contribuisce al mantenimento della pace nell’area.
Da quel momento, e per un certo periodo, le due potenze hanno lavorato per raggiungere gli obiettivi prefissati. Dirigenti di alto grado statunitensi e cinesi effettuarono visite ufficiali nei due Paesi, con lo scopo di realizzare intese su temi politici ed economici. Si riallacciarono i contatti militari, con l’apertura di un importante canale di comunicazione.

Fig. 1 – Barack Obama e Hu Jintao a Washington nel gennaio 2011

UN IDILLIO BREVE

Malgrado l’avvio incoraggiante, il periodo di cooperazione su vasta scala tra Cina e Stati Uniti ha prontamente subìto una battuta d’arresto.
Nel novembre 2011, al summit annuale dell’APEC, Obama annunciò che gli USA e altre otto Stati avevano raggiunto un accordo sul Partenariato Trans-Pacifico (TPP), riguardante la creazione di una grande area di libero scambio. Inoltre, il Presidente aggiunse che 2.500 marines sarebbero stati stanziati in Australia. Era il preludio del cosiddetto Pivot to Asia, un programma caro al segretario di Stato Clinton, che avrebbe previsto una crescente presenza degli Stati Uniti nel teatro Asia-Pacifico, provocando un aumento delle criticità nelle relazioni con la Cina.
Se a prima vista questa operazione appariva contraddittoria rispetto ai proclami di pochi mesi addietro, il Pivot to Asia di Obama rifletteva la linea teorica della politica estera americana in materia di mantenimento dell’equilibrio. Secondo gli americani la politica cinese persegue due obiettivi di lungo termine: rimpiazzare gli Stati Uniti come potenza preminente nel Pacifico occidentale e rendere l’Asia un’area dipendente dall’economia cinese.
Sebbene le capacità militari cinesi, in assoluto, non siano formalmente pari a quelle americane, Pechino avrebbe il potenziale necessario per porre rischi inaccettabili per Washington. La Cina potrebbe assicurarsi una sicura posizione di dominio navale attraverso una serie di isole artificiali in posizione strategica e l’appoggio dei Paesi vicini, dipendenti dal commercio cinese. Con questi presupposti, la creazione di un blocco asiatico sino-centrico è più che verosimile.

Fig. 2 – L’ex segretario di Stato Hillary Clinton, una delle menti del “Pivot to Asia”

PUNTI DI CONTRASTO POLITICI (E IDEOLOGICI)

Le preoccupazione degli USA a riguardo si sono manifestate ufficialmente nel 2015, quando allo Shangri-La Dialogue, forum sulla sicurezza asiatica, il segretario alla Difesa americano Carter ha chiesto alla Cina di cessare l’azione di rivendicazione di terre nel Mar cinese meridionale, aggiungendo che gli USA si opponevano a ogni ulteriore militarizzazione di tale area marittima. Difatti le immagini provenienti dall’attività di sorveglianza della Marina americana dimostravano che la Cina aveva equipaggiato militarmente una serie di isole artificiali.
Le preoccupazioni strategiche degli Stati Uniti sono amplificate dalla loro predisposizione ideologica verso la lotta contro il “mondo non-democratico”. Secondo una popolare teoria del prof. Andrew J. Nathan, la Cina e gli altri regimi autoritari sono fragili per natura, perché impegnati a conquistare supporto domestico mediante una retorica nazionalistica ed espansionistica. L’idea americana è che la pace mondiale sarà raggiunta grazie al trionfo globale della democrazia, piuttosto che dagli appelli alla cooperazione.
Dietro la logica della politica estera cinese, invece, si cela l’idea che gli USA siano una superpotenza in declino, determinata a frenare l’ascesa di qualsiasi concorrente. Dunque, non importa quanto intensamente Pechino persegua la cooperazione: gli analisti cinesi affermano che l’obiettivo ultimo di Washington sarà sempre arginare la crescita politica ed economica della Cina.
La più grande paura strategica della Cina è che una potenza straniera circondi il suo territorio, di modo da poterla controllare o da intromettersi negli affari domestici. In passato, quando la Cina ha creduto che una tale minaccia si stesse per concretizzare, è entrata in guerra senza alcuna remora.
Il timore degli Stati Uniti, invece, è di essere estromessi dall’area Asia-Pacifico. Gli USA sono già intervenuti in una guerra mondiale con lo scopo di impedire che si verificasse un simile scenario.

Fig. 3 – Proteste nelle Filippine contro l’espansionismo cinese nel Mar Cinese Meridionale

IL CONFLITTO IMPOSSIBILE

Al di là dei continui contrasti, quali sono le possibilità che Cina e USA possano arrivare a uno scontro aperto? Storicamente, l’ascesa di nuove potenze ha sempre portato al contrasto con i Paesi già affermati sullo scacchiere internazionale. Tuttavia, in questo momento storico, le circostanze sono diverse. È pressoché impossibile che il mondo cada in un conflitto di larga portata come quelli avvenuti nel Novecento. Una guerra aperta tra due Paesi sviluppati e nucleari porterebbe a delle conseguenze di una gravità tale da essere inaccettabili da parte di entrambi gli opponenti. Inoltre, se consideriamo che sia gli USA che la Cina rappresentano i più grandi partner commerciali delle maggiori potenze industriali europee e extraeuropee, certamente un confronto prolungato altererebbe l’economia mondiale. Infine, sia che si giunga a un conflitto aperto, sia che si continui con contromisure e ritorsioni, Stati Uniti e Cina sarebbero comunque costretti ad affrontare lo stesso problema che li affligge da anni: la costruzione di un ordine internazionale in cui entrambi i Paesi svolgono un ruolo di primaria importanza.
Il recente rafforzamento militare della Cina non rappresenta un fenomeno eccezionale in sé. Semmai, sarebbe insolito se la seconda economia mondiale non tramutasse il proprio potere economico in una maggiore capacità militare. Se gli USA persistono nel considerare ogni avanzamento in campo militare da parte cinese come una potenziale minaccia, non si realizzeranno mai le precondizioni per la cooperazione. D’altra parte la Cina deve prestare attenzione a quanto sia sottile la linea di demarcazione tra capacità difensiva e offensiva, e alle conseguenze di una corsa agli armamenti incontrollata.

Fig. 4 – Donald Trump e Xi Jinping durante un summit bilaterale a Pechino nel 2017

Stati Uniti e Cina hanno avuto per quasi un decennio un forum specializzato di incontro, il Dialogo Strategico-Economico, che si è rivelato utile per affrontare questioni rilevanti, ma che è stato recentemente interrotto su decisione di Trump, nel solco della sua campagna protezionistica contro le importazioni di beni cinesi.
È di fondamentale importanza che canali del genere rimangano invece aperti e funzionanti, poiché se un ordine mondiale non emerge in ambito economico, vi saranno sempre maggiori difficoltà ad accogliere una visione delle relazioni internazionali meno fondata su preconcetti ideologici. Entrambi i Paesi dovrebbero considerare le rispettive attività come una parte normale della vita internazionale e non come una ragione di allarme costante.
Probabilmente, Cina e Stati Uniti non riusciranno mai a superare la tradizionale dicotomia esistente tra le grandi potenze, ma in virtù della posizione che ricoprono nella comunità internazionale, hanno almeno il dovere di provarci.

Manuel D’Elia