L’Impero del Giappone ricopre per gli Stati Uniti sul versante pacifico del mondo lo stesso ruolo che il Regno Unito ricopre sul versante atlantico, quello di “migliore alleato” di Washington, con tutti gli onori e gli oneri che ciò può comportare. I recenti sviluppi politici dello scacchiere del Pacifico Nord-orientale stanno tuttavia modificando la natura della special relationship tra Tokyo e Washington, come testimoniano le recenti scelte politiche del Governo Abe.

1. “AMERICAN FIRST, JAPAN SECOND?”

Uno dei cavalli di battaglia del Tycoon è sempre stata la pretesa che tutti gli alleati degli Stati Uniti si assumessero l’onere di contribuire equamente alle spese per la propria difesa, onde evitare che la maggior parte dei costi ricadessero sui contribuenti statunitensi. A tal proposito Trump non ha risparmiato critiche a nessuno, indipendentemente da quanto stretta e amichevole fosse la relazione con gli Stati Uniti: ovviamente il Giappone non ne è stato esentato, sia per quanto concerne l’aumento delle spese per la Difesa, sia per il non trascurabile surplus commerciale maturato nei confronti degli USA. Tutto ciò ha ulteriormente complicato la situazione nella quale attualmente versa l’Impero del Sol Levante: attanagliato da una soffocante crisi demografica, minacciato da un tasso di crescita in frenata e da una Cina sempre più decisa a reclamare ciò che pensa le spetti (come le isole Senkaku), per il Giappone la minore accondiscendenza degli Stati Uniti rappresenta l’ennesimo ostacolo da superare per poter sopravvivere a tutte le sfide poste dal terzo millennio e mantenere lo status di potenza economica mondiale. In quale direzione Donald Trump sta dunque spingendo le relazioni degli Stati Uniti con il Giappone?

Fig. 1 – Shinzo Abe e Donald Trump al G20 (2018)

2. RELAZIONI COMMERCIALI

Le turbolenze sono iniziate fin dai primi giorni della Presidenza Trump, quando quest’ultimo ha disposto, con un ordine esecutivo, il ritiro degli Stati Uniti dal TPP, un accordo di libero scambio che coinvolgeva gran parte delle principali nazioni dell’area pacifica. Il ritiro dal suddetto accordo ha colpito duramente il Governo di Shinzo Abe, che pure aveva tentato di costruire un rapporto personale di fiducia con il Tycoon (il quale peraltro ha sempre reiterato le professioni d’amicizia). La stessa politica protezionistica statunitense rappresenta per Tokyo una spada di Damocle, potenzialmente capace di colpire duramente un Paese dalla vocazione assolutamente liberoscambista. Il Giappone conta proprio sull’export per garantire la propria crescita e prosperità nel futuro e per contrastare quelle debolezze, quali l’invecchiamento della società, la riduzione della forza lavoro e l’aumento delle spese per il welfare, che rischiano di minare la sua stabilità economica. In cerca di nuovi sbocchi per le imprese giapponesi, oltre a proseguire con l’attuazione del TPP pur azzoppato dall’assenza degli Stati Uniti, Abe ha reagito recandosi a trattare direttamente a Pechino: consapevole del fatto che la crescita cinese sia difficile da ostacolare, Abe ha deciso di assecondarla facendo sì che il Giappone possa allo stesso tempo trarre il massimo dalla suddetta. Gli esiti del summit svoltosi in ottobre tra Abe e Xi Jinping, nel quale entrambi si sono impegnati a migliorare la collaborazione economica e i rapporti diplomatici (stipulando accordi per il valore di 18 miliardi di dollari) avranno tuttavia probabilmente ricadute solo sulle relazioni economiche tra i due giganti asiatici, mentre i contenziosi in ambito geopolitico-militare rimarranno tali.

Fig. 2 – La delegazione giapponese e quella cinese a Pechino durante la visita del premier Shinzo Abe (ottobre 2018)

3. DIFESA

Dal punto di vista militare, al contrario, in attesa del difficile tentativo di modificare la Costituzione, il Governo Abe sta cercando di assecondare le richieste statunitensi: è recente l’annuncio dell’acquisto da parte delle Forze Armate giapponesi di un centinaio di F-35, che andranno a sommarsi alle quattro decine già commissionate – il che renderà il Giappone il secondo più grande utilizzatore di F-35 dopo gli stessi Stati Uniti. Inoltre, il nuovo budget per la Difesa contempla anche importanti miglioramenti per la Marina Militare, che potrebbe ricevere le prime portaerei dal 1945 – senza dimenticare che al momento presente la Marina possiede quattro portaelicotteri già potenzialmente convertibili in portaerei. Se da un lato dunque Shinzo Abe sta ricercando maggiore collaborazione con gli Stati Uniti per quanto concerne la Difesa, soprattutto in chiave anti cinese e nord-coreana, dall’altro lato, vista la maggiore indisponibilità degli Stati Uniti in materia commerciale, il Giappone sta ricercando nuovi sbocchi per la propria economia, onde evitare che la nuova politica protezionistica statunitense abbia ripercussioni sulla stessa.

Vincenzo G. Romeo