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Trump, il discorso sullo stato dell’Unione

Trump, il discorso sullo stato dell’Unione

Il primo discorso sullo stato dell’Unione di Donald Trump, oltre a descrivere i progressi fatti in campo economico sotto la sua Amministrazione e ad aprire ai “dreamers” (migranti arrivati negli Stati Uniti irregolarmente da bambini) in cambio della costruzione del muro col Messico, ha toccato un certo numero di questioni internazionali. Il presidente degli Stati Uniti, forte dei risultati dell’occupazione e di Wall Street, è sembrato a suo agio nel discutere delle grandi sfide che aspettano l’America, soffermandosi però molto poco su Cina e Russia, quest’ultima al centro di una querelle dopo che il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha pubblicato una lista di oligarchi russi e figure politiche di spicco vicine a Putin che Washington intende monitorare e, forse, sanzionare in un prossimo futuro. Anche sul Pakistan, minacciato di vedersi ridotti gli aiuti americani se continuerà a ospitare i terroristi che imperversano nel vicino Afghanistan, Trump non ha detto praticamente nulla.

Sono state invece le dichiarazioni su Afghanistan, Stato Islamico, Guantanamo e Corea del Nord ad aver acceso l’interesse della platea, come ammesso e riferito dalla stessa CNN qui citata.

 

 

ISIS

Secondo il presidente, uno dei principali successi della sua politica estera è stata la vittoria contro il Califfato in Iraq e in Siria. «L’anno scorso ho promesso che avremmo lavorato con i nostri alleati per eliminare l’ISIS dalla faccia della Terra. Un anno dopo, sono orgoglioso di annunciare che la coalizione ha liberato quasi il 100% del territorio una volta occupato da questi assassini in Iraq e in Siria, ma resta ancora molto lavoro da fare. Continueremo la nostra battaglia fino a che l’ISIS non sarà sconfitto» ha dichiarato Trump.

 

Guantanamo

Nonostante le promesse di Barack Obama di volerlo chiudere definitivamente, il centro di detenzione di Guantánamo Bay sull’isola di Cuba, al centro di numerosi scandali, non è mai stato smantellato. Anzi, nel segno del suo predecessore, Trump ha firmato un nuovo ordine esecutivo per mantenere aperto il centro e potervi inviare nuovi prigionieri. «Oggi mantengo un’altra promessa: ho appena firmato un ordine diretto al segretario Mattis (titolare della Difesa, ndr) per riesaminare la nostra politica di detenzione militare e mantenere aperte le strutture di detenzione a Guantánamo Bay […] Chiedo al Congresso di assicurare che, nella lotta contro ISIS e Al Qaeda, continueremo ad avere tutto il potere necessario».

Un passaggio, in particolare, pesa sull’orientamento che intende continuare ad adottare il governo in questa materia: «Quando dobbiamo li distruggiamo, se possiamo li interroghiamo. Ma bisogna essere chiari, i terroristi non sono solo criminali, sono combattenti nemici senza legge e, quando catturati all’estero, dovrebbero essere trattati come i terroristi che sono».

 

Afghanistan

Di fronte al sensibile deterioramento della situazione sul campo, in particolare nella capitale Kabul, Trump ha dichiarato che il conflitto oltreoceano condotto degli Stati Uniti continuerà ancora a lungo, con le truppe statunitensi che opereranno secondo «nuove regole di ingaggio». «I nostri guerrieri in Afghanistan» così Trump ha appellato le truppe «hanno anche nuove regole di ingaggio», che però non sono state rese note: «Insieme ai loro eroici partner afghani, i nostri militari non sono più indeboliti da scadenze artificiali e non diciamo più ai nostri nemici i nostri piani».

 

Israele

Dopo che gli Stati Uniti hanno annunciato la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale dIsraele, i rapporti tra i due alleati non potrebbero essere più solidi. Ma Trump non ha incontrato il consenso internazionale sperato, perciò il suo commento è stato piccato, specie nei confronti dell’ONU, all’interno del quale Washington non ha trovato la solidarietà che si aspettava circa questa decisione.

«Decine di paesi hanno votato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite contro il diritto sovrano dell’America di fare questo riconoscimento (su Gerusalemme, ndr). Nel 2016, i contribuenti americani hanno generosamente inviato a quegli stessi paesi più di 20 miliardi di dollari in aiuti. Ecco perché stasera chiedo al Congresso di approvare una legislazione che contribuisca a garantire che i dollari americani per l’assistenza all’estero servano sempre gli interessi americani, e vadano solo agli amici dell’America».

 

Iran

Il presidente Trump, come noto, si è contraddistinto per aver criticato pesantemente l’accordo nucleare multilaterale iraniano raggiunto dal suo predecessore Barack Obama, smarcandosi in tutto e per tutto dal suo predecessore. Da un lato, ha quindi etichettato l’Iran come uno stato “sponsor del terrore” e bandito i suoi cittadini nel suo controverso divieto di viaggio, dall’altro però lui e il suo vicepresidente Mike Pence hanno offerto solidarietà al popolo iraniano che lo scorso dicembre è sceso in piazza per protestare contro un’economia incerta e la corruzione del governo degli Ayatollah. «Quando il popolo iraniano si è ribellato ai crimini della loro dittatura corrotta, non sono rimasto in silenzio. L’America è con il popolo iraniano nella sua coraggiosa lotta per la libertà» ha tuonato Trump, ribadendo la sua posizione ostile all’accordo sul nucleare al Congresso, cui ha chiesto «di affrontare i difetti fondamentali del terribile accordo nucleare iraniano».

 

Corea del Nord

La minaccia posta dall’accresciuta tecnologia nucleare e missilistica della Corea del Nord è probabilmente la più grande sfida globale affrontata sinora dal presidente. Il braccio di ferro e le offese a distanza tra lui e il leader nordcoreano Kim Jong Un hanno scandito un anno all’insegna del “terrore nucleare”. Per questo, i toni in riferimento a Pyongyang sono stati i più duri dell’intero discorso sullo stato dell’Unione.

«Nessun regime ha oppresso i suoi cittadini in modo più totale o brutale della crudele dittatura della Corea del Nord. La spericolata ricerca di ottenere missili nucleari da parte della Corea del Nord potrebbe presto minacciare la nostra patria», ha ribadito, aggiungendo che «stiamo conducendo una campagna di massima pressione per impedire che ciò accada, le esperienze passate ci hanno insegnato che il compiacimento e le concessioni invitano solo all’aggressività e alla provocazione. Non ripeterò gli errori delle passate amministrazioni che ci hanno portato in questa pericolosa posizione. Basta guardare al carattere depravato del regime nordcoreano per capire la natura della minaccia nucleare che potrebbe rappresentare per l’America e i nostri alleati»

Nota a margine, durante il discorso al Congresso, seduto nella galleria riservata agli osservatori, c’era anche Ji Seong-ho, un disertore nordcoreano che è riuscito a fuggire dal paese e ora risiede in Corea del Sud. Trump lo ha fatto venire apposta (probabilmente per irritare il dittatore nordcoreano) e lo ha citato più volte, asserendo che l’uomo è un «testimone della natura inquietante» del governo di Pyongyang.