In un Medio Oriente attraversato da tensioni e scenari politici in continuo cambiamento, la Turchia di Erdoğan si dimostra da diverso tempo desiderosa di venire riconosciuta come una potenza regionale e mondiale. Specialmente dopo il referendum costituzionale dell’aprile 2017, il presidente ha continuato a rafforzare la sua presa sul potere legislativo e giudiziario. Legittimato dalla volontà popolare, il governo di Erdoğan continua tutt’oggi a mantenere lo stato d’eccezione, arrestare giornalisti e oppositori politici, attaccare le università e ad accentrare il potere.

La linea politica dell’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) è conosciuta nell’ambiente intellettuale come “neo-ottomanesimo”, poiché si vede caratterizzata da un richiamo alla corrente dell’ottomanismo ottocentesco e al passato glorioso dell’Impero Ottomano. Tuttavia, affermare che l’establishment politico turco abbia costruito quest’idea politica e sociale semplicemente su un “ritorno al passato” e su un netto rifiuto del kemalismo (il secolarismo di Atatürk), non permette di cogliere tutte le sfumature storiche che hanno contribuito alla costruzione del neo-ottomanesimo.

 

Il decennio di Turgot Özal

L’ascesa al potere di Turgot Özal nel 1983 è chiave per capire la rottura con il solido kemalismo che aveva caratterizzato i primi sessant’anni della Repubblica. Fu proprio durante il periodo della presidenza di Özal (1983-1992), infatti, che si gettarono le basi per reintrodurre l’Islam sia nella sfera privata che in quella pubblica. La crisi cipriota e il golpe militare del 1980 spianarono la strada all’ascesa di Turgot Özal, un uomo d’affari con studi americani, fervente ammiratore del liberalismo e di formazione politica religiosa. L’apertura al mercato globale e il suo modo di presentarsi come una novità tra laicismo kemalista e islamismo tradizionale gli fecero guadagnare l’appoggio della giunta militare, guardiana del kemalismo, che lo considerò un tollerabile argine ai movimenti centrifughi rivoluzionari di sinistra che agitavano il Paese.

Oltre al supporto militare, Özal si guadagnò il supporto di una classe media delle province che si vide particolarmente beneficiata dalle sue riforme economiche. Iniziò così a crearsi una borghesia molto più vicina alla tradizione religiosa che al laicismo dell’establishment e, al contempo, si cominciarono a diffondere le idee di moderni intellettuali islamici che fondevano le pratiche di consumo dell’Occidente con discorsi religiosi.

 

Il nazionalismo kemalista

La presidenza di Özal diede quindi il via a un lento processo di erosione di quell’intoccabile laicismo difeso a denti stretti dall’establishment kemalista e dai militari. Nel primo ventennio del Novecento, Atatürk aveva promosso un forte nazionalismo turco, ricalcando il concetto di “una patria per un popolo” del modello occidentale. Dentro a questo progetto l’elemento religioso venne neutralizzato, portando inevitabilmente a fratture interne tra le diverse appartenenze etniche (come ad esempio i curdi, che rifiutarono la nuova identità nazionale). Il kemalismo aspirava a una Turchia secolarizzata e occidentalizzata con un proprio ruolo in Europa, ma il suo nazionalismo era tendenzialmente esclusivo e considerava come una minaccia ciò che stava al di là dei confini dell’Anatolia.

 

Il ritorno all’ottomanismo

Özal aveva capito che la società turca aveva bisogno di una nuova identità nazionale più multiculturale e inclusiva, perciò si rifece ai principi dell’ottomanismo dell’Ottocento che gettavano le proprie radici nella tolleranza etnica e religiosa. Durante il periodo del Tanzimat (“riforme dell’Impero”) venne infatti applicato il principio europeo di uguaglianza di fronte alla legge, per cui tutti i cittadini (anche i non-turchi e i non-musulmani) venivano messi sullo stesso piano. Özal voleva che nel concetto di “turco” venissero assorbite anche le etnie minoritarie e, oltre all’ottomanismo, guardava con ammirazione anche al modello statunitense, aspirando a una Turchia democratica, liberale e musulmana (iniziò per questo a recuperare le relazioni con i vicini del Medio Oriente) caratterizzata da una società multiculturale e multireligiosa.

Se Atatürk considerava l’integrazione con l’Occidente come una minaccia e preferiva una semplice amicizia politica fondata sull’ammirazione della società occidentale, durante il decennio di Özal si ebbe un progressivo avvicinamento agli Stati Uniti e all’Europa, considerati utili alla sicurezza esterna e interna del Paese. Al contempo, l’aspetto culturale musulmano di quella corrente che poi si evolverà nel neo-ottomanesimo dell’AKP, spinse Özal a riavvicinarsi anche alle ex-province ottomane.

 

L’ascesa al potere dell’AKP

Tra il 1995 e il 1997, Abdullah Gül e Recep Tayyip Erdoğan compresero l’importanza di far incontrare Islam, nazionalismo tradizionale e integrazione con l’Occidente, e diedero vita all’AKP. Supportati da un ceto borghese sviluppatosi dalle politiche economiche di Özal, musulmano ma liberale, i due leader diedero lo strappo definitivo sia al kemalismo che all’islamismo politico di vecchio stampo, proiettandosi verso l’idea di un Islam ben integrato nella modernità e nel libero mercato. Nei primi anni di governo, infatti, l’AKP ha utilizzato la spinta popolare verso l’Unione Europea per accelerare la riforma economica del Paese. Questo processo si è poi raffreddato negli ultimi anni anche a causa del calo di popolarità dell’esercito kemalista, accompagnato dalla volontà di Erdogan di scardinare il corpo militare. In particolare, nel 2007 i militari tentarono di aizzare l’opinione pubblica contro il governo mediante l’uso di Internet e dei social media, un tentativo che si rivelò fallimentare e spinse l’AKP a rafforzare il discorso islamista aumentando i consensi.

 

Un progetto mondiale

L’ottomanismo, rimasto a lungo in un letargo forzato durante gli anni di Ataturk, riemerge e si reinserisce gradualmente in forma più moderna nel discorso politico della Turchia prima con il governo Özal e poi con l’AKP. Nel neo-ottomanesimo, l’elemento religioso viene concepito come aggregante e nazionale e vengono legate a doppio filo politica identitaria e politica estera, proponendo un’identità turco-ottomana con più ampie aspirazioni geopolitiche. La Turchia non accetta più allora essere solo un luogo di passaggio tra Occidente e mondo islamico, ma costruisce un progetto di trasformazione in Stato mediatore e anello tra i due mondi.

In conclusione, le politiche degli anni Ottanta volute dal governo Özal hanno favorito l’apertura della società tanto a livello economico quanto in politica estera e hanno spianato la strada alla riabilitazione e politicizzazione dell’Islam. L’AKP ha proseguito su questa linea rafforzando il concetto di identità turca musulmana, fondendola con un forte nazionalismo e l’orgoglio per un passato ottomano glorioso. Nonostante il progetto europeo sia stato in un primo momento centrale per il successo di Erdoğan, negli ultimi anni la Turchia sta puntando più al Medio Oriente e al rapporto con la Russia, recuperando una retorica espansionista più legata al disegno mediorientale islamista del mondo arabo sunnita che a un Occidente progressivamente indebolito.

di Silvia Semenzin – Il Caffè Geopolitico