Domenica scorsa il popolo cubano si è recato alle urne in un nuovo importantissimo appuntamento elettorale. In ballo c’era una nuova Costituzione e la sopravvivenza del sistema.

1. LA “REVOLUCION” DI FRONTE ALLA SVOLTA STORICA

Nel febbraio 2008, dopo quasi cinquant’anni di controllo assoluto, Fidel Castro lasciava la presidenza del Consejo de Estado cubano al fratello Raúl, che si è rivelato essere un riformatore incompiuto. Dieci anni dopo, il suo posto è stato occupato da Miguel Díaz-Canel che ha assunto sulle proprie spalle il peso di traghettare Cuba nel nuovo secolo.

Il sistema cubano, che di rivoluzione ha ben poco da tempo, attraversa un momento cruciale della sua storia. Il braccio di ferro con Washington, la mano tesa nei confronti di chiunque volesse appoggiare e mantenere la “rivoluzione” e il pesantissimo embargo statunitense hanno contribuito allo sviluppo di una dipendenza cronica da potenze estere con maggiori risorse economiche, come l’URSS e il Venezuela chavista. Mentre alla fine della Guerra Fredda il mondo accorciava gli spazi e accelerava i tempi, l’isola caraibica si ostinava a vivere uno spazio e un tempo tutti suoi, tentando di sopravvivere al crollo sovietico, rannicchiata attorno alla figura di Fidel.

I Castro furono riscattati da Hugo Chávez, pronto a barattare petrolio per insegnanti, medici, spie e strateghi militari cubani. Vent’anni dopo, il Venezuela è crollato, Fidel è morto, la generazione della rivoluzione è ormai alle sue battute finali, e dentro la generazione del sistema esiste una parte che non si accontenta più e vuole camminare con le proprie gambe. È da questa svolta storica che dobbiamo partire per comprendere questa riforma costituzionale.

Fig.1 – Conferenza stampa di Bruno Rodriguez, ministro degli esteri cubano

2. LA NUOVA COSTITUZIONE: L’APICE DEL RIFORMISMO DI RAÚL CASTRO

Prodotto di una Commissione temporale presieduta da Castro e Díaz-Canel, poi discussa dalla popolazione tra agosto e novembre 2018, la nuova Costituzione conterrà 229 articolari contro i 137 della Carta ancora vigente.

Fidel Castro entra ufficialmente nel pantheon cubano e le sue idee diventano le stelle polari dell’identità politica del Paese. Alla base della riforma vi è l’irrevocabilità del socialismo; e il Partito Comunista rimane il pilastro incontrastato della vita politica del Paese. La pianificazione economica socialista è ancora parte centrale per lo sviluppo economico del Paese, ma non unica. La nuova Costituzione, infatti, riconosce sette tipi di proprietà tra cui la privata, che si applica a determinati mezzi di produzione e ha un ruolo complementare nell’economia del Paese. La riforma istituzionale riguarda l’introduzione delle figure del Presidente della Repubblica, Capo dello Stato, e del Primo Ministro, capo del Governo. Una decisione che assicurerà maggiore efficienza governativa, secondo William Leogrande, uno dei massimi studiosi di Cuba nel panorama internazionale.

Vi sono novità anche dal punto di vista sociale. In materia matrimoniale, il popolo cubano ha frenato la riforma e chiesto una discussione più approfondita; si anticipano duri scontri tra progressisti e conservatori. È inserito anche il concetto di sicurezza giuridica che introduce nuovi diritti per gli imputati.

Una Costituzione da considerare come l’apice del “riformismo targato Raúl Castro”, che ne ha controllato la redazione e la presentazione in prima persona, e il dibattito popolare attraverso il partito.

Fig.2 – 1°maggio 2018, il presidente Diaz – Canel (a sx) saluta i cubani con raoul Castro (in uniforme)

3. GENERAZIONI A CONFRONTO E LA RICERCA DI UN’ALTERNATIVA INTERNAZIONALE

La stampa ufficiale ha presentato la riforma come un prodotto della compenetrazione perfetta tra visione del Partito e istanze popolari. La realtà sembra essere diversa. Pare che, nonostante le migliaia di riunioni e dibattiti popolari, il Partito abbia controllato e indirizzato lo svolgimento e il risultato degli stessi rifiutando e accettando proposte attraverso un sistema tutt’altro che trasparente. Secondo l’Observatorio Cubano de Derechos Humanos, poi, nelle settimane precedenti al referendum non sono mancate censure e arresti per gli oppositori della riforma e del regime. L’esito della consultazione era scontato e la nuova Carta costituzionale è stata approvata con l’86.85% dei voti, ottenendo il sostegno di più di 6 milioni di cubani secondo i primi dati ufficiali.

Si porrà poi il problema dell’effettiva applicazione. Nuovi equilibri istituzionali da assestare tra le cariche dello Stato e tra le stesse e i vertici del Partito e nuovi compromessi economici che daranno la misura della flessibilità del governo sull’irrevocabilità del socialismo. Ci sarà da stabilire, infine, quanto questa nuova Costituzione sia fatta su misura per la generazione del sistema. Una generazione, questa, che è in realtà somma di più generazioni e che dovrà trovare un nuovo compromesso tra chi ha giurato fedeltà al sistema e chi sogna una nuova rivoluzione.

Intanto, sul fronte esterno, Cuba è costretta a trovare una valida alternativa al Venezuela. Il cerchio intorno al governo di Maduro sembra farsi sempre più serrato e, data la forte compenetrazione dei due sistemi, la pressione viene percepita anche a L’Avana. La virata di Trump non lascia spazio di negoziazione sul tema delle relazioni bilaterali e dell’embargo, e la logica del muro contro muro è di nuovo la base delle relazioni tra i due Paesi. Di fronte a questa posizione, Díaz-Canel si è rifugiato tra le braccia aperte della Russia che si è detta pronta a sostenere i progetti di modernizzazione delle infrastrutture e dell’esercito dell’isola. Ma Mosca non basta, e Díaz-Canel ha bussato a un’altra porta dell’asse anti-imperialista statunitense: Teheran. L’idea, che diventa sempre più urgente mentre Caracas sprofonda, è quella di assicurare una maggiore forza alle relazioni economiche bilaterali con l’Iran per avere un materasso di sicurezza cui appoggiarsi in caso di emergenza.

Elena Poddighe