Il Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) venezuelano accoglie l’accordo tra governo e opposizione e sposta la data delle elezioni presidenziali al 20 maggio. Vediamo chi sono i candidati e cosa propongono.

La tragedia dell’opposizione venezuelana, scrive Harold Trinkunas su Foreign Affairs, risiede nella sua assenza congenita di un’ideologia comune, nella sua natura di complessa macchina elettorale in cui molteplici leader si scontrano, e qualche volta si incontrano, per trovare una strategia che sia efficace contro Nicolás Maduro.

La Mesa de Unidad Democrática (MUD), creata nel 2008 per far fronte alla Revolución Bolivariana di Hugo Chávez, è composta da partiti che occupano un ampio spettro ideologico: dai socialisti contrari alla linea chavista, passando per i centristi, fino ad arrivare ai conservatori. Questo corpo politico si è quindi distinto per la conformazione e l’unione attorno a leader come Leopoldo López o Henrique Capriles, entrambi impossibilitati a presentarsi alle elezioni presidenziali del 2018 a causa di arresti domiciliari e interdizione dai pubblici uffici, così come Antonio Ledezma e Freddy Guerrera.

Le forze governative, oltre ad eliminarli dal campo politico attraverso opaci provvedimenti giudiziari, hanno potuto sfruttare gli scontri interni all’alleanza per renderla un indistinto amalgama agli occhi degli elettori. Se per le elezioni del 2013 la MUD aveva potuto scegliere Capriles attraverso le primarie di coalizione, nel 2018 il processo elettorale ha subito un’intensa accelerazione sotto la pressione del presidente Maduro, che esercita una grande influenza nel CNE.

Di fronte all’iniziale decisione di fissare le elezioni per il 22 aprile, la MUD si è sfaldata. Impossibilitata a compiere il processo delle primarie a causa dei tempi ristrettissimi, la coalizione si è unita sotto il nuovo nome di Frente Amplio por Venezuela e ha chiamato al boicottaggio delle elezioni, che a loro dire sarebbero già compromesse e avrebbero già un vincitore: Nicolás Maduro. Nonostante questa decisione, il 20 di maggio il Paese andrà a votare e il presidente avrà quattro avversari.

 

Il duo Falcón-Rodríguez

Henri Falcón, chavista della prima ora, ex governatore dello Stato di Lara, e successivamente duro critico delle politiche di Chávez e Maduro, è a capo del partito Avanzada Progresista, situato al lato più sinistro della MUD. Affiancato dall’economista Francisco Rodríguez, ora suo primo consigliere politico ed economico, Falcón presenta un piano che vuole affrontare la crisi economica in varie fasi e con diverse strategie.

Primo punto è la dollarizzazione, cioè l’abbandono del bolivar e l’adozione del dollaro statunitense come moneta corrente. Così si andrebbe a toccare l’iperinflazione che ha abbassato rovinosamente i salari dei venezuelani (ora pari a 3$ mensili) e ne ha distrutto il potere di acquisto.

Nella strategia del duo Falcón-Rodríguez, la dollarizzazione lavorerebbe a corto termine e permetterebbe al lavoratore venezuelano di riacquistare il potere di acquisto mentre aumentano i livelli dei salari (fino a 70$ in un solo anno). A questa strategia si affiancherebbero il rilancio produttivo delle imprese dello Stato, che devono smettere di fare politica e dedicarsi a sostenere con la loro produzione il welfare statale (punto che Rodríguez non intende diminuire, ma sostenere), una ristrutturazione del sistema fiscale, una rinegoziazione del debito che conceda al Paese “il tempo e lo spazio” per recuperare l’economia, fare fronte alle necessità della gente e ripagare i propri creditori, e un aiuto dagli organismi internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI).

 

Elezioni sì, elezioni no

Avanzada Progresista si è dunque sfilato dalla decisione di boicottare le elezioni e si è assunto la responsabilità di presentarsi con il maggiore candidato di opposizione. Falcón ha spiegato le sue ragioni in un articolo sul New York Times, adducendo come massime argomentazioni a sostegno della sua posizione studi scientifici e la volontà dei cittadini. Secondo uno studio di Brookings, infatti, il boicottaggio elettorale non ha funzionato nel 96% dei casi in cui è stato applicato.

Insieme a questa evidenza, Falcón cita un sondaggio dell’Atlantic Council che evidenzia come il 69% degli elettori venezuelani sia disposta ad andare a votare, nonostante le decisioni autoritarie e poco condivisibili del presidente Maduro. In sostanza, dunque, Falcón non vuole perdere la partita senza giocarla, anche partendo con gli svantaggi dovuti all’influenza del governo sugli organi di controllo elettorale. Inoltre, scommette sulla veridicità dei sondaggi che lo danno in vantaggio sul presidente uscente in un’eventuale corsa a due. La MUD, intanto, continua l’autodistruzione e critica aspramente la decisione di Falcón, disegnandolo come una sorta di “agente segreto del chavismo” che punta a legittimare la corsa presidenziale per far vincere Maduro.

 

Dollaro sì, dollaro no

Oggetto di ancor più interessante dibattito è la proposta sulla dollarizzazione. Il Venezuela ha una situazione monetaria disastrosa: secondo l’Assemblea Nazionale, l’organo legislativo con maggioranza dell’opposizione spodestato dall’Assemblea Costituente di Maduro, l’inflazione ha raggiunto e superato il 6000% nel mese di febbraio (il Governo venezuelano non fornisce alcun dato sull’inflazione). L’affidabilità del bolivar a livello internazionale è in sostanza nulla, e le riserve monetarie del Paese si sono ridotte a 3 miliardi di dollari. Riguardo questi punti, la dollarizzazione donerebbe una nuova forza monetaria sia all’interno sia all’esterno, con una maggiore credibilità che aiuterebbe nella rinegoziazione dei debiti e nei loro pagamenti e una maggiore integrazione con il mercato statunitense.

Tutto positivo? No, perché la dollarizzazione non è priva di costi. Il primo, la perdita di sovranità monetaria. Per uno Stato come quello venezuelano, che da due decenni ormai si scaglia furiosamente contro l’imperialismo statunitense e delle organizzazioni internazionali facenti gli interessi del capitalismo di Washington, rappresenterebbe un vero e proprio cambio d’identità. Sul piano meramente economico, poi, significherebbe la perdita di autonomia monetaria, che produrrebbe l’impossibilità di eseguire aggiustamenti macroeconomici quando necessario per quell’economia “dollarizzata” che non regga gli stessi ritmi della sua moneta. Uno tra tutti, il Governo venezuelano non potrebbe svalutare il dollaro a piacimento per recuperare la competitività a livello internazionale. Forse, data l’esperienza degli ultimi anni, quella è l’ultima delle preoccupazioni del duo Falcón-Rodríguez.

In questo quadro, un’esperienza che bisogna studiare con attenzione è la dollarizzazione dell’Ecuador del 2000. All’epoca, l’alta inflazione del sucre aveva portato all’acquisizione del dollaro ma mentre l’inflazione era stata frenata, il debito estero era rimasto un gravissimo problema.

Per correre ai ripari, il presidente Correa aveva dichiarato l’insolvenza del debito e ne aveva provocata la caduta del valore per poi ricomprarlo a un valore decisamente inferiore. Correa ha poi deciso di non abbandonare la moneta statunitense. Proprio in conformità a questa esperienza, Rodríguez presenta il suo schema di recupero e avverte i creditori del Venezuela: il debito, che definisce già in default, dovrà essere rinegoziato ed essere concesso del tempo per aggiustamenti strutturali dell’economia e stimolo alla produttività. A quel punto, con una situazione monetaria e produttiva rimessa in sesto e le coperture per mantenere il welfare, il Venezuela riprenderà a correre e a pagare.

Due ex-chavisti e un evangelico

Più defilati, ma comunque presenti e pronti a rosicchiare punti a Falcón, ci sono gli altri tre candidati: Reinaldo Quijada, Luis Alejandro Ratti e Javier Bertucci. I primi due hanno un passato tra le file del chavismo, mentre il terzo è un evangelico con un forte carisma e una grande capacità comunicativa. Ratti porta la proposta più vaga: un rigetto delle ideologie di destra e sinistra e un richiamo all’unità nazionale, mentre sulla formula economica propone un’apertura a Stati Uniti e Argentina, che denota una forte presa di distanza dalle politiche economiche di Maduro.

Quijada si scaglia invece contro la dollarizzazione proposta da Falcón contrapponendo il problema della sovranità monetaria, e rilancia con una maggiore autonomia del Banco Central de Venezuela (BCV). Sostiene lo stimolo all’offerta per una maggiore produttività, la lotta alla corruzione e la riduzione del deficit fiscale.

Infine, Javier Bertucci, un evangelico superstar che gira il Venezuela organizzando grandi assemblee nelle quali unisce l’utile al dilettevole. Mentre Bertucci fa campagna elettorale e unisce il messaggio divino alla sua proposta politica, la sua squadra cucina per l’intera comunità. In un momento in cui la fame in Venezuela è diventata un gravissimo problema, Bertucci fa un gesto più che simbolico, che allevia per un giorno il dramma delle persone.

di Elena Poddighe – Il Caffè Geopolitico