Afghanistan talebani

Le conferenze di pace sull’Afghanistan volute dagli USA con i leader talebani sono giunte al sesto incontro, sempre a Doha, ma ad oggi sono ancora scarsi i risultati raggiunti nonostante i proclami del rappresentante speciale Zalmay Khalilzad. Finora le trattative USA sotto la direzione di Khalilzad sono state condotte senza il coinvolgimento di attori internazionali esterni, in primis la Russia, che ha tentato di aprire un nuovo tavolo negoziale nei mesi precedenti, e soprattutto senza il coinvolgimento del Governo di Kabul. I talebani hanno tenacemente rifiutato di negoziare con il Governo afghano e con i rappresentanti del Presidente Ashraf Ghani, poiché considerato un Governo “fantoccio” degli USA e dell’Occidente. Essi hanno sostenuto più volte che non prenderanno in considerazione l’idea di confrontarsi con Kabul fino a quando le forze statunitensi e della NATO non si ritireranno dall’Afghanistan. Il Governo di Kabul ha spesso ribadito che i colloqui di pace devono essere “a guida afghana” e “di proprietà afghana”, per non essere delegittimati dai leader talebani, ma Khalilzad ha sempre ceduto alle richieste dei talebani di negoziare esclusivamente con gli Stati Uniti. Uno dei round negoziali di Doha, quello di fine aprile, infatti, è stato annullato dai talebani dopo essere venuti a conoscenza della presenza di funzionari del Governo afghano all’interno della delegazione che doveva partecipare ai colloqui. Khalilzad ha più volte confermato la stesura di una bozza di accordo con i leader talebani e che il Governo afghano potrà partecipare ai negoziati solo dopo l’approvazione del documento. L’accordo è incentrato su due punti chiave: il ritiro delle truppe USA e della coalizione dal Paese e l’impegno dei talebani a interrompere qualsiasi operazione di terrorismo e impedire che l’Afghanistan venga utilizzato da gruppi terroristi per attaccare altri Paesi. Nell’incontro di inizio maggio, i talebani hanno richiesto la formulazione di un calendario preciso per il ritiro delle truppe straniere. Gli USA, però, nell’accordo di pace definitivo vogliono la garanzia di un cessate il fuoco permanente, la disponibilità dei leader talebani a discutere la pace con il Governo afghano e l’inclusione nella delegazione governativa delle donne. Infine, a metà maggio, funzionari USA hanno incontrato a Mosca i delegati di Russia e Cina chiedendo loro di fare pressione sui talebani per incontrare i rappresentanti afghani.

Fig. 1 – Un recente incontro tra Ghani e Khalilzad a Kabul

IL CONFRONTO INTRA-AFGHANO

A inizio maggio si è tenuta al Politecnico di Kabul la Loya Jirga, il Grande Consiglio del popolo afghano al quale hanno partecipato circa 3.200 persone, uomini e donne, di tutte le etnie, clan e cariche del Paese. I talebani hanno definito la Loya Jirga come una mossa di Ghani per creare consenso nella popolazione in vista delle prossime presidenziali. Il gruppo ha quindi esortato tutti gli afghani a boicottare il Consiglio definendolo «uno strumento degli invasori per prolungare l’occupazione in Afghanistan». Dopo 4 giorni di discussioni, la Loya Jirga si è conclusa con la redazione di 23 richieste. Le richieste più importanti sono un cessate il fuoco permanente, l’invito a uno scambio di prigionieri per stabilire una reciproca fiducia, l’apertura di un ufficio politico talebano in Afghanistan, il ritiro organizzato delle truppe straniere, il rispetto dei diritti umani e delle donne, la necessità di “afghanizzare” il processo di pace, l’esclusione degli attori esterni, in primis il Pakistan. Tra le altre richieste della Loya Jirga, includere rappresentanti di donne, religiosi e accademici all’interno delle delegazione che negozia con i talebani, la supervisione delle Nazioni Unite durante i colloqui di pace e la possibilità di modificare alcune parti della Costituzione se i talebani lo richiedessero. Il Grande Consiglio è stato però boicottato da parte della società afghana. Un giorno prima dell’inizio della Loya Jirga, infatti, diversi candidati presidenziali, membri del Governo e partiti politici hanno rilasciato dichiarazioni in cui annunciavano il loro boicottaggio dell’assemblea, definita come inopportuna, inutile e uno spreco di risorse, accusando Ghani di fare campagna elettorale. In questo contesto si inserisce il confronto intra-afghano, in particolare quello legato alle prossime elezioni presidenziali. I candidati a quest’ultime, i partiti politici a essi collegati e numerosi loro sostenitori hanno fatto forti pressioni nelle ultime settimane sul Presidente Ghani affinché si dimettesse dal suo incarico al termine del mandato costituzionale del 22 maggio. La Corte Suprema afghana, però, ha stabilito che il Presidente Ghani e i suoi vicepresidenti devono continuare a governare il Paese fino all’elezione di un nuovo capo dello Stato prevista per il 28 settembrecausando numerose protese e dibattiti all’interno del Paese.

Fig. 2 – La Loya Jirga tenutasi nelle scorse settimane al Politecnico di Kabul

QUALI PROSPETTIVE FUTURE?

Le trattative di pace con i talebani potrebbero risultare inutili nel medio-lungo periodo post-ritiro. Innanzitutto i talebani per rispettare gli accordi dovrebbero denunciare i leader qaedisti o allontanarli dal PaeseIl rapporto tra talebani e al-Qā’ida è ancora oggi molto forte e appare difficile immaginare un loro “tradimento” dei vertici qaedisti. Anche il Governo di Kabul nutre una forte sfiducia nei confronti dei piani dell’Amministrazione Trump e dei colloqui condotti da Khalilzad, convinti che gli accordi con i talebani non porteranno alla pace, ma solo a un rafforzamento del gruppo terrorista. I talebani, inoltre, non hanno mai negato, anche da quando sono iniziati i negoziati, di combattere per ricostituire un emirato islamico in Afghanistan e hanno già stabilito il loro controllo su più della metà del Paese. In sostanza Khalilzad ha promesso un ritiro completo dal Paese in cambio di rassicurazioni da parte dei leader talebani sul fatto che il suolo afghano non sarà più utilizzato come centro per il terrorismo internazionale. In Afghanistan, però, sono presenti numerosi signori della guerra e della droga che sfruttano per i loro affari i militanti jihadisti o stringono accordi con i network jihadisti transnazionali operativi sul territorio. Inoltre nel Paese operano attivamente sia lo Stato Islamico che al-Qā’ida. I talebani, a differenza dei militanti e leader qaedisti, non hanno alcun controllo sugli uomini del Califfato e non possono garantire che riusciranno a contenerli. Da non trascurare è anche la presenza della rete Haqqani, che per anni ha collaborato con talebani e qaedisti e che ha condotto molti dei più devastanti attacchi terroristici nel Paese. Le attività terroristiche dei talebani sono state, negli anni di declino del gruppo, gestite dagli uomini del clan Haqqani, fino almeno a febbraio 2018.  Gli Haqqani si sono poi maggiormente avvicinati allo Stato Islamico per diversi motivi, influenzati dall’idea di jihadismo globale del gruppo e per i contrasti con la leadership talebana in merito alle trattative di pace con gli USA. Altri gruppi jihadisti legati ad al-Qā’ida, quelli dell’Asia centrale, del Pakistan e dello Xinjiang, guardano all’Afghanistan post-ritiro come terreno fertile per i loro progetti e affari. Tutto ciò, sommato ai problemi intra-afghani, potrebbe condurre al collasso del Governo di Kabul e creare un ambiente favorevole per un’ulteriore espansione delle organizzazioni terroristiche, che peggiorerebbero la già precaria situazione dei diritti umani e dei diritti delle donne, rappresentando una forte minaccia agli investimenti per la ricostruzione e per l’estrazione mineraria e contribuendo al deterioramento della sicurezza nazionale e internazionale.

Daniele Garofalo, Il Caffè Geopolitico