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Brexit e la questione dell’Irlanda del Nord

Brexit e la questione dell’Irlanda del Nord

I negoziati tra Regno Unito e Unione Europea per la definizione del dopo Brexit hanno fatto riemergere una questione secolare per la Gran Bretagna, quella dell’Irlanda del Nord. Ciò è accaduto a causa dell’imprevisto slittamento, lo scorso 4 dicembre, dell’approvazione finale dell’accordo (raggiunto comunque il 7 dicembre) dovuto alle resistenze del Dup (Democratic Unionist Party), il partito unionista conservatore nordirlandese sui cui dieci seggi a Westminster si regge il governo di Theresa May. Motivo di tali resistenze lo status dell’Irlanda del Nord, dove si trova l’unico confine terrestre tra Regno Unito e Unione Europea.

Il quadro politico nordirlandese

Il Dup, partito fondato da Ian Paisley nel 1971, rappresenta storicamente la parte più conservatrice e protestante dell’Irlanda del Nord, nonché quella che da sempre si batte più strenuamente per il mantenimento di Belfast sotto la corona britannica. Una battaglia ideologica e identitaria che ha avuto il suo culmine nel 1998, quando il Dup fu il solo grande partito nordirlandese a opporsi al Good Friday Agreement, l’accordo firmato il 10 aprile dello stesso anno che mise fine alla questione nordirlandese dopo decenni di tensioni politiche, segnate anche da episodi di terrorismo. Una questione che, dopo il voto sulla Brexit – consultazione in cui nell’Ulster ha vinto il Remain con circa il 56% dei voti – è riemersa con forza nello scenario geopolitico europeo. Da quel momento, infatti, è iniziata in Irlanda del Nord una vigorosa campagna volta a preservare lo status speciale della nazione – previsto a seguito degli accordi del 1998 – e a evitare il ritorno di una frontiera fisica con la vicina Irlanda.

A cavalcare queste rivendicazioni è soprattutto lo Sinn Feìn, lo storico partito repubblicano irlandese, che in Ulster porta avanti la battaglia della ricongiunzione della parte nord dell’isola con l’Eire. Il partito guidato dal padre nobile Gerry Adams e dalla giovane Michelle O’Neill gode di un ottimo momento di salute e, grazie al riflusso irredentista post Brexit, nelle elezioni per il parlamento locale dello scorso marzo ha guadagnato circa 4 punti percentuali, portandosi al 27,9% dei consensi e insidiando così proprio il Dup (al 28,1%, in calo di un punto) per il posto di primo partito nordirlandese. Un trend che si è ripetuto anche alle successive elezioni politiche dell’8 giugno, dove lo Sinn Feìn ha ottenuto il miglior risultato dal 1920, ossia dalla Partizione d’Irlanda (la divisione politica dell’Isola con da un lato l’Irlanda del Nord, parte del Regno Unito, e dall’altro lo Stato indipendente dell’Eire).

Alla luce di questo quadro politico sempre più polarizzato e in cui il Dup recita a Westminster il ruolo di ago della bilancia e di stampella del governo di Theresa May, è facile comprendere come la questione dell’Irlanda del Nord sia improvvisamente diventata decisiva per il futuro della Brexit e, di conseguenza, dell’Unione Europea. I timori del Partito Unionista, sostenitore della cosiddetta Hard Brexit e per niente incline alla concessione di uno status speciale all’Irlanda del Nord, poggiano sul fatto che una simile mossa potrebbe significare, de facto, un allontanamento dell’Ulster dal Regno di Sua Maestà, con il conseguente avvicinamento alla vicina Repubblica d’Irlanda. Soluzione che, per ovvie e storiche ragioni, sarebbe invece ideale per lo Sinn Feìn e sulla quale spingono anche l’Unione Europea e la stessa Irlanda.

 

Una partita tutt’altro che chiusa

Dopo l’accordo tra Regno Unito e Unione Europea dello scorso 7 dicembre, la partita è però da considerarsi tutt’altro che chiusa. Theresa May, infatti, è riuscita a strappare un sì preliminare alla leader del Dup Arlene Foster su un testo che prevede il mantenimento del «completo allineamento» dell’Irlanda del Nord alle regole del Mercato Unico Europeo in caso di mancato raggiungimento di un accordo tra Londra e Bruxelles. Un’espressione che, per quanto indigesta agli unionisti, «non significa alcun riconoscimento di status speciale per l’Ulster» come ha ribadito la Foster e che, comunque, va letta in combinato con la previsione per cui qualunque soluzione sarà adottata non potrà contemplare la costituzione di barriere commerciali tra l’Irlanda del Nord e il Regno Unito, scongiurando così un allontanamento dell’Ulster dalla Gran Bretagna.

 

A prescindere da come si concluderanno i negoziati tra Londra e l’Unione Europea, l’unica cosa certa sembra essere il fatto che l’Irlanda del Nord continuerà, anche dopo la Brexit, ad avere un piede dentro l’UE e il Mercato Unico. Con quali modalità è però ancora tutto da definire. Se da una parte la Foster ammonisce ricordando che «nulla è deciso finché tutto sarà stato deciso» e che «se voteremo o meno a favore dell’accordo finale dipenderà dai contenuti dell’intesa», dall’altra Theresa May – incline ad assecondare le richieste di Bruxelles – deve fare i conti con le altre tendenze centrifughe all’interno del Regno Unito. Scozia in primis, dove l’SNP (Scottish National Party) sogna un secondo referendum sull’indipendenza – nonostante non sia al momento nell’agenda politica ufficiale del governo di Nicola Sturdgeon dopo i deludenti risultati elettorali di giugno – ma anche Galles e, addirittura, Londra, il cui sindaco Sadiq Khan ha di recente esternato la volontà che la City rimanga all’interno del Mercato Unico Europeo. L’unica certezza, in questo confuso quadro post Brexit, sembra essere il fatto che il ritorno di una frontiera fisica tra le “due Irlande” sarebbe traumatica rappresentando una sconfitta per tutti.

di Giulio Monga