Il diritto alla secessione viene accordato dalla comunità internazionale a quei popoli che si trovino in condizioni particolarmente afflittive, cui è negata la possibilità di partecipare alle pubbliche decisioni in condizioni di parità con la popolazione restante. Al limite, come nel caso del Kosovo nel 2008, il riconoscimento può aversi per esigenze di ordine pubblico internazionale. In ogni caso il Kosovo, la cui secessione fu il punto di arrivo di una crisi geopolitica e umanitaria di proporzioni inaudite, rimane formalmente sotto l’amministrazione ONU. Sono oltre 70 gli Stati che non ne riconoscono l’indipendenza.

Come regola generale, di fronte alle istanze di secessione, prevale il principio dell’integrità territoriale, perché quest’ultimo viene considerato – almeno dalla pace in Vestfalia (1648) in poi – come la chiave della razionalizzazione dello spazio politico. Metterlo in discussione significa intaccare il DNA dell’ordinamento internazionale. La retorica sulla globalizzazione ha fatto perdere di vista a molti osservatori la natura strutturale e necessaria di quel principio, oggi ancor più forte che in passato, per esigenze “sistemiche” globali.

Nel caso del referendum catalano, persino tra gli studiosi, si è generata una confusione imbarazzante tra autodeterminazione e secessione. Il primo ministro Mariano Rajoy e il re di Spagna Filippo VI hanno fatto l’unica cosa che si poteva fare: ribadire il principio di legalità e difendere l’integrità della Spagna. I fatti gli stanno dando ragione. L’UE, a sua volta, non può che essere contraria alla secessione (alla quale, peraltro, si oppone la maggioranza dei catalani) perché eversiva dell’ordine costituzionale europeo. Oltretutto, si trattava di una ipotesi totalmente irrealistica sotto il profilo finanziario. Come sarebbe stato gestito il debito pubblico catalano? Quale moneta avrebbe adottato il nuovo Stato?

Una parte dei catalani forse sperava nell’indipendenza, per crearsi un piccolo paradiso di welfare e di wellness. Un sogno fuori dal tempo, alimentato da una classe politica irresponsabile e spregiudicata e sostenuto da opinionisti che della globalizzazione hanno capito quel tanto che basta per capire male.

 

* Ciro Sbailò è professore di Diritto pubblico comparato alla UNINT – Università degli Studi Internazionali, Roma