Le opposte chiusure dei consolati di Houston e Chengdu rappresentano una svolta nei rapporti tra Cina e USA. I due Paesi, che si contendono la leadership globale, sono infatti giunti a una fase di scontro senza precedenti in cui si intrecciano sanzioni e ritorsioni, frutto di una visione del mondo molto diversa, destinata a contrapporsi in maniera sempre più forte.

1. UN PASSO INDIETRO

Correva l’anno 1979 quando gli Stati Uniti e la Cina allacciarono le relazioni diplomatiche, dopo dieci anni di paziente tessitura, che ebbe come momenti cruciali l’ingresso nel 1971 di una squadra statunitense di ping pong sul territorio cinese e, nel 1972, la visita ufficiale di Nixon, che mirava ad uscire dalla trappola del Vietnam, a Mao, il quale, abbandonate le fazioni più radicali, voleva rompere l’isolamento economico e politico successivo ai gravi scontri con l’URSS sul fiume Ussuri e nello Xinjiang. Moltissima acqua è passata sotto i ponti da quando venne aperta proprio a Houston la prima sede diplomatica cinese in territorio americano e la mano, tesa da Washington ad un Paese povero e arretrato in funzione anti-sovietica, non serve più a tenere una racchetta da ping pong per incamminarsi sulle strade del dialogo, ma a sbattere il pugno su un tavolo in cui le carte sono più che mai sparigliate. Gli americani vogliono oggi difendere il proprio primato, sul quale incalza il Dragone, intenzionato a raggiungere e superare l’avversario per riprendere il ruolo di potenza economica globale, che ha rivestito nel corso di molti secoli e che la storia, scritta dai colonizzatori occidentali, ha semplicemente cancellato. Questa accesa partita a poker è ben visible nella recente vicenda dei consolati di Houston e Chengdu: Trump ha ordinato la chiusura del primo con l’accusa di spionaggio industriale e Xi ha risposto alla “provocazione politica” con la chiusura del secondo, rimbalzando le accuse e riaprendo il gioco.

 

Fig. 1 – Pechino, febbraio 1972: il Presidente Richard Nixon e il Premier Zhou En-Lai, insieme a Henry Kissinger, iniziano il terzo giorno di colloqui formali per stabilire relazioni diplomatiche tra i loro Paesi. Sullo sfondo un arazzo raffigurante il giovane Mao che scrive i suoi trattati sul comunismo

2. L’ESCALATION DEL 2020

Corre oggi l’anno 2020, l’anno della pandemia da coronavirus, che ha già prodotto acerrime frizioni tra i due Paesi con pesantissime accuse reciproche che hanno rasentato la fantascienza, ma che risultavano funzionali alle necessità interne, legate agli errori commessi da entrambi, a fronte di una crisi sanitaria di tale portata da destabilizzare tutto il mondo globalizzato, devastato da una gravissima recessione economica. Corre anche l’anno delle elezioni americane, che Trump vuole vincere a tutti i costi giocando la carta anti-cinese, che può rivelarsi un boomerang per i riflessi che la guerra dei dazi ha prodotto, facendo a pezzi i mercati finanziari e anche i coltivatori del Midwest, bacino d’utenza dei voti trumpiani, ma che potrebbe rivelarsi un jolly se si verificasse un ulteriore innalzamento dei toni, sufficiente a distrarre un elettorato sfiduciato e impoverito, compattandolo intorno al proprio Presidente, difensore delle libertà contro i comunisti cinesi (cattivi per antonomasia).
E corre l’anno dell’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale, che potrebbe segnare la fine dell’autonomia di Hong Kong, in palese contrasto con gli accordi sottoscritti con la Corona britannica. Questa scelta determina forti dubbi sull’affidabilità internazionale della Cina, già accusata di non garantire una reale protezione dei diritti umani, soprattutto in Xinjiang e Tibet, né della proprietà intellettuale, e di utilizzare pratiche commerciali sleali, gestite da aziende di Stato cinesi, da quest’ultimo supportate e sostenute attraverso un sistema normativo poco affidabile, che non tutela gli operatori economici. L’approvazione del nuovo codice civile cinese appare una risposta strategica, ma tutta da verificare.

 

Fig. 2 – La chiusura del consolato americano a Chengdu dopo che l’Amministrazione Trump ha ordinato la chiusura di quello cinese a Houston, 26 luglio 2020

3. UNA PARTITA DI POKER

In questa escalation si riassume lo scontro epocale tra il modello americano e quello cinese, la cui narrativa è sempre più corposa e coinvolge l’ideologia di fondo di uno Stato, il cui socialismo con caratteristiche proprie esplicita la stretta connessione col confucianesimo, che, a sua volta, stigmatizza il sistema democratico come causa ultima del caos in cui versano i Paesi occidentali. In questo confronto sistemico, l’auspicio è che si abbandoni questo tavolo di poker, fatto di “quattro assi, bada bene di un colore solo”, e si ponga fine all’”attacco alla democrazia”, che corre da Portland ad Hong Kong, per rilanciare un mondo di libertà e pace.

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Pubblicato su Il Caffè Geopolitico