Cosa farà l’Iran con la Siria?

L’influenza dell’Iran nella guerra civile siriana è cresciuta anno dopo anno. Teheran sfrutta le milizie sciite, sue alleate, per consolidarsi nel Paese degli Assad: operazione necessaria per ottenere profondità strategica e minacciare Israele. Lo Stato ebraico, però, non rimane a guardare e reagisce bombardando le truppe filoiraniane in Siria. I diversi scenari con un nuovo equilibrio in Medio Oriente.

PROXIES E INTELLIGENCE: LA PRESENZA IRANIANA IN SIRIA

Fin dallo scoppio della guerra civile nel 2011 l’Iran ha supportato il Governo siriano di Bashar al-Assad dal punto di vista finanziario e militare. Il sostegno economico fornito al regime nel mezzo della tempesta delle Primavere Arabe si è tradotto non solo nell’apertura di una linea di credito per rimpolpare le casse siriane, ma anche nell’impegno di ricostruire gli edifici distrutti, fornire assistenza alla popolazione, garantire l’invio dei barili di petrolio. Contestualmente, quando sembrava che i ribelli sostenuti dalle Monarchie del Golfo (in maniera frammentata e discontinua) potessero deporre al-Assad, la Repubblica Islamica ha puntellato il Presidente alawita anche con cospicui rifornimenti militari. Mentre i razzi lanciati dagli insorti cadevano nel giardino del palazzo presidenziale – con la minaccia di Daesh che mostrava per la prima volta i suoi orrori – il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) e le Forze Quds (il reparto d’élite delle Forze Armate iraniane, incaricato di svolgere le operazioni all’estero) entravano in forze nel Paese per rovesciare le sorti della guerra. Fondamentali nella riconquista di Aleppo nel 2016 – avvenuta anche e soprattutto grazie ai bombardamenti russi, – i pasdaran hanno aiutato l’inefficiente esercito siriano nella guerra ai ribelli insieme ad alcune milizie che sono diretta espressione di Teheran. Oltre ai gruppi paramilitari filoiraniani provenienti da Iraq, Afghanistan e Pakistan, di cruciale importanza è stato l’Hezbollah libanese, i cui soldati armati e finanziati dall’Iran sono stati la prima linea nelle cruente battaglie di al-Qusayr, Aleppo e Deir Ezzor. I miliziani sciiti stanno adesso pensando di rientrare in Libano, complice il congelamento degli scontri, ormai possibili in larga scala solo nella regione di Idlib, dove però regge la tregua.

Fig. 1 – Un manifesto a Damasco che raffigura il Presidente siriano Bashar al-Assad e Hassan Nasrallah, il leader del gruppo paramilitare libanese Hezbollah

Per approfondire: L’IRAN FUNESTO

UN AVAMPOSTO CONTRO ISRAELE

Un tale dispiegamento di forze va inquadrato analizzando gli obiettivi iraniani in Siria. Anzitutto, la caduta di Bashar al-Assad avrebbe determinato una situazione di forte instabilità in Medio Oriente, con il rischio, per l’Iran, di vedere un Paese alleato cambiare allineamento geopolitico. Quindi sostenere il regime siriano – che insieme a Iran, Iraq e Libano completa la Mezzaluna sciita – e impedirne la caduta tramite un concreto sostegno politico e militare, significa per Teheran difendere i propri interessi nella regione. In secondo luogo l’avanzata del sedicente Stato Islamico ha spinto il Paese persiano a impegnarsi maggiormente in Siria, soprattutto nell’est del Paese. Per l’Iran controllare Deir Ezzor, insieme alla provincia di Anbar nell’Iraq occidentale, significa anche prevenire il libero passaggio degli uomini del Califfato al confine siro-iracheno, evitando, quindi, che alcune cellule ISIS possano riorganizzarsi in Siria e in Iraq, con il rischio di premere ai confini iraniani. Oltre a queste reazioni alle percezioni delle minacce – un’ulteriore paura è che i curdi reclamino un loro Stato indipendente tra Siria e Iraq, risvegliando le istanze autonomistiche della minoranza curda in Iran – l’influenza politica in Siria è per Teheran fondamentale, in quanto garantisce quella profondità strategica necessaria a bilanciare la potenza di Israele nella regione. Ammassare le proprie truppe vicino ai confini dello Stato ebraico, riuscire a trasferire armi agli uomini di Hezbollah in Siria e mantenere un corridoio che colleghi le forze sciite nel Paese alle basi di rifornimento in Iran permette a Teheran di percepire la minaccia israeliana più lontana e, allo stesso tempo, di condurre azioni provocatorie in grado di esercitare deterrenza nei confronti di Tel Aviv.

Fig. 2 – Un’esercitazione dell’esercito israeliano sulle Alture del Golan occupate da Israele, vicino Merom Golan, al confine con la Siria, 3 agosto 2020

COME TEL AVIV REAGISCE ALLA MINACCIA

Se da un lato l’Iran utilizza la Siria come piattaforma per espandere la propria influenza in Medio Oriente, dall’altro lato Israele ha di fatto stabilito nel Paese governato dagli Assad delle linee rosse che la Repubblica Islamica non deve oltrepassare. Tel Aviv, infatti, percepisce il consolidamento delle milizie filoiraniane in Siria come una concreta minaccia alla propria sicurezza. È per questo motivo che negli ultimi tre anni lo Stato ebraico ha moltiplicato gli attacchi aerei non solo contro milizie e postazioni militari iraniane in Siria, ma anche contro convogli che trasportavano armi e munizioni dirette a Hezbollah. Mentre all’inizio della guerra civile i raid in Siria venivano condotti quasi a scopo intimidatorio – praticamente degli avvertimenti per esercitare deterrenza verso l’Iran, piuttosto che attacchi per danneggiare le sue truppe, – la tattica israeliana è negli ultimi anni diventata molto più assertivaL’episodio, nel febbraio 2018, del tentativo di attacco di un drone iraniano riuscito a entrare nello spazio aereo israeliano ha convinto gli apparati israeliani: infliggere perdite tra le milizie filoiraniane era diventata una necessità tattica, e non più uno scenario, per quanto possibile, evitabile. Anche perché le ormai frequenti incursioni israeliane in territorio siriano hanno svelato la debolezza di Teheran, non disposta ad alimentare un conflitto che può facilmente tradursi in guerra aperta tra le due potenze regionali. Israele, perciò, punta a realizzare una fascia di sicurezza che, oltre alle Alture del Golan, si estenda per qualche chilometro anche all’interno della Siria meridionale, arrivando fino alle provincie di Deraa e Quneitra. In queste zone la presenza iraniana tramite le sue proxies non è tollerata.

Fig. 3 – L’esplosione all’aeroporto di Damasco del 27 aprile 2017, causata da diversi missili lanciati nella notte e attribuita a Israele

COSA STA ASPETTANDO TEHERAN

La postura dell’Iran in Siria nei prossimi mesi dipenderà molto dalle implicazioni geopolitiche del mutato contesto internazionale e regionale. Il riferimento va all’elezione Joe Biden alla Casa Bianca e agli Accordi di Abramo stipulati tra Israele e alcuni Paesi arabi mediorientali. Teheran è da tempo in una posizione attendista, quasi speranzosa di un approccio diverso del nuovo presidente americano con la Repubblica Islamica. Provato dalla politica di “massima pressione” voluta da Donald Trump, l’Iran confida nella volontà di Biden di rientrare nell’accordo nucleare (JCPOA) per liberarsi dalle soffocanti sanzioni economiche. Un disegno, quello del Presidente eletto, che, ovviamente, non piace a Tel Aviv. Diversi, quindi, gli scenari. Tatticamente l’Iran potrebbe mantenere un corposo numero di truppe in Siria per accrescere il potere negoziale in vista di future trattative con gli USA, i quali, invece, si stanno focalizzando sempre di più sul contenimento della Turchia, reale aspirante egemone in Medio Oriente. Un arroccamento iraniano in Siria, però, non sarebbe digerito da Israele. Lo Stato ebraico – soprattutto dopo gli Accordi di Abramo – sta acquistando sempre più centralità nel marasma mediorientale e, quindi, si riserverà il diritto di intervenire per continuare a disarticolare il potere degli Ayatollah a DamascoUn basso profilo in Siria – pur non abbandonando il Paese in cui Teheran ha perso migliaia di soldati durante la guerra civile – d’altro canto aprirebbe uno spiraglio su una seppur flebile distensione. Tatticismi che possono mutare, ma che difficilmente porteranno l’Iran a ritirarsi dall’ancora instabile contesto siriano.

Di Vittorio Maccarrone. Pubblicato su Il Caffè Geopolitico