Sembrava una minaccia definitivamente debellata, e invece il virus Ebola è tornato a mietere vittime nel cuore dell’Africa. Epicentro della nuova crisi è la Repubblica Democratica del Congo. Il 17 maggio l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha elevato il rischio di diffusione dell’epidemia da “alto” a “molto alto” non solo nel Paese dell’Africa Centrale ma anche negli Stati limitrofi.

In Repubblica Democratica del Congo, Stato già attanagliato da anni da violenti scontri specie nelle province orientali del Nord Kivu, del Sud Kivu e del Katanga, al momento sono 45 i casi registrati, tra sospetti e confermati, e almeno 2 i decessi. Cresce l’allerta soprattutto a Mbandaka, città situata nel nord-ovest, capoluogo della Provincia dell’Equatore, popolata da circa un milione di abitanti e distante circa 130 chilometri da dove l’epidemia ha iniziato a espandersi.

«Ora abbiamo un Ebola urbano, che è molto diverso da quello rurale. Ora c’è il potenziale per un aumento esplosivo dei casi», ha dichiarato riferendosi alla situazione di Mbandaka il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreseyus. Intanto in RDC arrivano i primi aiuti dalla comunità internazionale. Gli operatori sanitari dell’OMS e del governo di Kinshasa stanno cercando di rintracciare le persone che sarebbero entrate in contatto con le persone malate. Per rendere queste persone immuni dal virus verrà utilizzato un vaccino che è già stato usato con esiti positivi per arginare l’epidemia del 2014. La difficoltà principale rimane però quella di far arrivare il farmaco al di fuori dei centri urbani nelle zone periferiche.

La Commissione Europea stanzierà 1,5 milioni di euro per il supporto logistico alle operazioni dell’OMS e altri 130mila euro per la Croce Rossa Internazionale. Inoltre il servizio aereo umanitario della Protezione Civile Europea (Echo) sarà utilizzato per il trasporto di esperti medici, staff di emergenza e attrezzature nella zona interessata.

L’OMS aveva dichiarato ufficialmente finita l’epidemia di Ebola in Africa nel gennaio del 2016. Dalla fine del 2013 le vittime furono 11.315 morti, 28.637 contagi (di cui 4.767 bambini), concentrati prevalentemente in Africa Centrale e Occidentale (Guinea, Liberia, Sierra Leone, Nigeria, Mali, Senegal e Repubblica Democratica del Congo).

 

 

Cos’è l’Ebola

Con il termine di Ebola si definisce una febbre emorragica molto grave causata da un virus scoperto nel 1967 e che ha causato nell’allora Zaire (l’attuale Repubblica Democratica del Congo) la prima epidemia localizzata con contagio di esseri umani. Si ritiene che il virus viva indisturbato nel sangue di alcune razze africane di pipistrelli (le volpi volanti), che potrebbero a loro volta aver infettato scimmie congolesi. Il primo contagio umano sarebbe avvenuto a causa dell’abitudine di alcune popolazioni locali di cibarsi di scimmie che a posteriori si sono dimostrate infette.

La febbre emorragica da Ebola è una malattia dal decorso molto rapido. Dopo un periodo di incubazione variabile da 2 a 20 giorni (durante il quale il malato non è contagioso), si sviluppa in modo molto rapido determinando la morte di circa il 50% dei pazienti colpiti. I primi sintomi sono quelli di un’influenza molto grave, con febbre, dolori muscolari, cefalea, spossatezza. Con il progredire dell’infezione e il diffondersi del virus all’interno dell’organismo iniziano sintomi più specifici determinati dalle diffuse micro emorragie che colpiscono quasi tutti gli organi del corpo umano come petecchie cutanee, emorragie gastrointeriche, setticemia.

A differenza delle sindromi influenzali classiche, durante le quali il contagio si diffonde prevalentemente attraverso le vie aeree con colpi di tosse o starnuti, nel caso dell’Ebola non vi è trasmissione per via aerea. Il contagio si diffonde esclusivamente a seguito del contatto diretto con fluidi corporei degli ammalati (muco, sangue, urina, feci, sperma, liquidi vaginali). Queste modalità di diffusione spiegano da un lato perché la febbre da Ebola si diffonda in modo limitato e dall’altro perché tra le sue vittime figuri un’alta percentuale di personale sanitario.

Uno dei principali motivi di diffusione dell’Ebola nelle comunità africane è dato dall’abitudine delle famiglie di compiere lavaggi rituali sui cadaveri dei deceduti per la malattia. Questo porta a una frequente altissima contaminazione diretta di intere comunità famigliari. Per limitare il contatto con gli ammalati il governo della Sierra Leone ha da qualche settimana emesso una legge che considera reato penale tenere in casa un ammalato di Ebola.

Ebola quindi può definirsi una malattia virale molto grave che uccide un’alta percentuale di pazienti e rispetto alla quale ancora non esistono terapie specifiche. I dati epidemiologici, visto che la malattia è presente in un’area abitata da diverse centinaia di milioni di persone, non sembrano particolarmente allarmanti per quanto riguarda le sue capacità di diffusione.

In sostanza, la febbre emorragica da virus Ebola colpisce in grandissima percentuale chi ha contatti ravvicinati di qualsiasi natura con gli ammalati e chi per motivi religiosi ne manipola i cadaveri. Ebola da un punto di vista epidemiologico è molto meno pericolosa quanto a capacità di diffusione delle influenze stagionali, i cui virus diffondendosi per le vie aeree si “muovono” con più rapidità e facilità di quello dell’Ebola. In pochi mesi l’influenza spagnola del 1919 si diffuse in tutto il mondo causando oltre 50 milioni di morti. Dal 1976, anno della sua prima comparsa, il virus dell’Ebola ha causato non più di 5.000 vittime senza varcare i confini dell’Africa Centrale e Occidentale. Gli unici occidentali colpiti dalla febbre emorragica sono stati medici e infermieri operanti in Africa.

Precauzioni in caso di soggiorno in aree critiche

Vivere e lavorare in aree nelle quali sono stati segnalati casi di febbre emorragica non vuol dire essere esposti automaticamente al rischio del contagio. Questo avviene soltanto con un contatto molto “ravvicinato” con gli ammalati e anche in tal caso l’adozione di elementari misure di igiene rende più difficile l’esposizione alla malattia.

La quasi totalità delle migliaia di ammalati dell’epidemia che ha preceduto quella attuale, è rimasta circoscritta a nuclei famigliari o tribali e a personale sanitario. Da ciò deriva che evitare il contatto diretto con gli ammalati è già una misura di autotutela sufficiente ad evitare il contagio. L’adozione poi delle regole di igiene che in Europa sono standardizzate può essere sufficiente a garantire elevati margini di sicurezza rispetto alle possibilità di contagio. Queste possono essere ulteriormente ostacolate evitando di frequentare le comunità tribali e qualsiasi rapporto di natura sessuale con cittadini locali.

In definitiva, Ebola è una malattia pericolosa che si può prevenire senza cedere all’allarmismo catastrofista della stampa occidentale ma alzando semplicemente la soglia delle misure igieniche e di autotutela che ogni occidentale, viaggiatore o residente, deve adottare quando si trova in Paesi del Terzo Mondo.