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Hezbollah al centro dei traffici di metanfetamine

Hezbollah al centro dei traffici di metanfetamine

Nel dicembre del 2010 l’agenzia federale americana DEA (Drug Enforcement Administration) rese noto che, attraverso un controllo congiunto dell’ufficio del Dipartimento Del Tesoro OFAC (Office Of Foreign Assets Control), si era giunti a illuminare una rete di ricavi illeciti in Libano derivanti dal traffico di stupefacenti, i cui proventi collegavano Hezbollah ai narcos sudamericani.

L’uomo al centro dell’indagine era Ayman Saied Joumaa, un colombiano-libanese considerato boss della droga e in rapporti privilegiati con Addallah Safieddine, rappresentante di Hezbollah a Teheran, che fungeva da agente di collegamento per finanziare il “Partito di Dio”. Joumaa avrebbe ripulito i proventi del traffico di droga dei cartelli colombiani, come La Oficina de Envigado (erede del cartello di Medellin), che trasportava cocaina in Europa via Africa, in particolare attraverso un canale aperto in Guinea Bissau.

La ricostruzione del riciclaggio del denaro fu resa possibile grazie alla scoperta d’illeciti compiuti dalla Lebanese Canadian Bank (LCB) e dalla consociata Prime Bank, una banca con sede in Gambia ma di proprietà di un facoltoso libanese, noto finanziatore di Hezbollah.

Quella che sembrava solo una pista, in verità rivelò molto di più del network internazionale di Hezbollah. Nel febbraio 2016 il Progetto Cassandra della DEA ha annunciato di aver smantellato un giro di traffici di droga e di lavaggio del denaro sporco attraverso sette paesi – il personaggio di riferimento era Adham Tabaja, ritenuto un collaboratore di Abdallah Safieddine, nome che ritorna ogni volta che compaiono le parole “Hezbollah” e “droga” – dimostrando come la rete internazionale degli sciiti libanesi sia ben più estesa di quanto non si creda.

I proventi di questi traffici illeciti vengono attualmente impiegati da Hezbollah per finanziare la guerra in Siria, dal momento che il “Partito di Dio” è pesantemente coinvolto nel conflitto a fianco del regime siriano di Bashar Al Assad, supportato dall’Iran e dalla Federazione Russa.

Ma Hezbollah non si limita a comprare armi con i proventi del traffico di droga. Da tempo, il gruppo è divenuto anche produttore di metamfetamine, in spregio della legge islamica che considera le droghe proibite perché impure e contrarie alla religione. Per questa ragione, con l’occasione della guerra civile oltreconfine, la produzione di droghe sintetiche è stata appositamente trasferita dal Libano alla Siria.

Da anni, infatti, nel mercato mediorientale, ad andare per la maggiore sono le droghe sintetiche, la cui domanda è cresciuta esponenzialmente soprattutto in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, dove il consumo di metamfetamine sostituisce le restrizioni in materia di alcol e droghe naturali.

Il motivo è semplice: pur essendo le droghe severamente ed esplicitamente vietate dalla legge islamica, lo stesso non vale per i farmaci presi per bocca, tra l’altro più facili da occultare. È così che hanno iniziato a diffondersi gli stimolanti illegali, conosciuti in arabo con il nome “Abu Hilalain” (padre delle due lune crescenti). Su tutti, ad andare per la maggiore è il Captagon, droga sintetica che ha preso piede quasi esclusivamente in Medio Oriente e che ormai domina il mercato e anima le serate della gioventù araba sunnita.

Mentre in passato gli hub di produzione del Captagon erano situati in Europa orientale, e più precisamente in Bulgaria, a partire dal 2006 con le restrizioni e i controlli sempre più stringenti delle polizie europee, la produzione si è spostata in Turchia e Libano. Quest’ultimo, in seguito alla dura politica di repressione del fenomeno voluta dal governo turco, è infine divenuto la centrale esclusiva del Captagon, con laboratori diffusi principalmente nella Valle della Bekaa, non a caso roccaforte di Hezbollah.

Questo sino al 2013, quando l’intera produzione si è spostata in territorio siriano, per dissimulare le attività degli sciiti libanesi e per controllare meglio le attività dei laboratori, riservando alla Valle della Bekaa un ruolo di quartier generale per lo smistamento della droga attraverso il confine.

 

 

La Siria, così, è divenuta il territorio ideale dove produrre droghe sintetiche, essendo una nazione relativamente industrializzata e con numerosi impianti di produzione farmaceutica attivi prima del conflitto, subito riconvertiti in laboratori per metamfetamine. Nonostante la guerra, ancora oggi esistono infrastrutture sufficienti per facilitare questo tipo di attività illecite: a fronte del fatto che il governo è riuscito a tenere in piedi l’elettricità, l’acqua corrente e il funzionamento di alcune strade in molte zone del paese, il vantaggio è che qui i controlli della polizia sono inesistenti, essendo le forze di sicurezza impegnate sui molteplici fronti di guerra.

A partire dal 2013, si ritiene che il Captagon sia prodotto ormai esclusivamente in Siria, dove non solo i sequestri sono praticamente inesistenti a causa della guerra civile, ma anche perché qui la manovalanza abbonda. Del resto, non è difficile comprendere come in Siria vi siano migliaia di persone disoccupate e disposte a tutto pur di guadagnare denaro facile in tempi di crisi. Il fenomeno ha prodotto così un’economia di guerra che coinvolge anche formazioni jihadiste sunnite, che foraggiano le proprie imprese guerrigliere riscuotendo tasse ai check point e garantendo un passaggio sicuro delle merci illegali attraverso i territori da loro controllati, previo pagamento di denaro.

Se prima queste erano solo voci, un documentario realizzato nel 2015 da Radwan Mortada per BBC Arabic (intitolato Syria’s War Drug) ha fornito le prime prove concrete che collegano direttamente gruppi di combattimento come il Free Syrian Army al commercio di Captagon.

Da quest’economia di guerra è emersa anche l’espansione della coltivazione di campi di marijuana. Anche in questo caso, si tratta di piccoli imprenditori che coltivano per conto terzi e rivendono alle organizzazioni la merce, pronta per essere spedita in tutto il Medio Oriente e oltre. Ancora oggi nella Valle della Bekaa, in particolar modo nella zona di Baalbek, si producono alcune tra le migliori qualità di hashish del mondo (il libanese giallo e il libanese rosso). Inoltre, facilitata da un terreno agricolo particolarmente fertile e dalla guerra civile, la Valle della Bekaa è sempre stata destinata alla coltivazione della cannabis: in assenza di alternative economiche, i contadini hanno progressivamente abbandonato le coltivazioni tradizionali per quella molto più remunerativa della cannabis, considerato che un ettaro produce tra i 50 e i 100 kg di hashish e sul mercato il prodotto varia dai 400 ai 700 dollari per chilogrammo.

Anche qui, come in Afghanistan e Colombia, nel 1993 fu attuata una campagna di riconversione dei terreni promossa dall’ONU, insieme a Stati Uniti ed Europa, che distrusse quasi l’80% delle coltivazioni. Ma poiché i finanziamenti promessi rimasero lettera morta, gli agricoltori ripresero quasi subito a coltivare e produrre cannabis. Secondo stime americane, l’hashish prodotto nella Valle della Bekaa rappresenta un giro d’affari stimato in 24 milioni di dollari l’anno, con la produzione libanese pari a circa 30mila kg l’anno, che corrisponde circa al 4% del totale mondiale. Una bella fetta di denaro su cui le mafie locali, di cui Hezbollah rappresenta una parte significativa, possono contare per arricchirsi o per finanziare altre attività più “nobili”.

Per ciò che riguarda le amfetamine, invece, Hezbollah controlla direttamente questo mercato, destinato non solo ai giovani libanesi e siriani, ma anche e soprattutto ai jihadisti che combattono nel teatro di guerra siro-iracheno e ai “rich kids” della penisola del Golfo, dove questa droga ha sostituito tutte le altre, per le proprietà stimolanti ed eccitanti che le sono proprie. In definitiva, dunque, anche se la produzione si è spostata in Siria, il Libano resta il centro dei traffici internazionali di metamfetamine e, in misura minore, di hashish e marijuana.

 

Captagon: di cosa stiamo parlando

Captagon è il nome popolare per un tipo di amfetamine stimolanti (ATS) il cui composto chimico è chiamato fenethylline, un mix di amfetamina e teofillina. Il Captagon fu commercializzato per la prima volta nel 1961 da una ditta farmaceutica tedesca, la Degussa AG. Nel 1981, la Food and Drug Administration (FDA), insieme a molti altri Paesi, ha vietato il farmaco a causa di studi medici che suggeriscono come un elevato potenziale di fenethylline porti alla dipendenza, abuso e ad altri effetti nocivi per la salute.

Le pasticche di Captagon che vengono prodotte oggi nei laboratori libanesi e siriani mantengono solo il nome, ma i composti chimici differiscono a seconda della formula utilizzata e degli ingredienti con cui vengono cucinati questi stimolanti (che vanno dalla pseudo-efedrina fino, in alcuni casi, alla polvere di caffè). Gli effetti del Captagon vanno dall’euforia alla diminuzione del bisogno di dormire, fino all’abbassamento delle inibizioni e all’assenza di percezione del pericolo e della paura. Un suo uso prolungato provoca psicosi, paranoia, aggressività, e in alcuni casi la morte. In Siria, il costo al dettaglio di una pasticca di Captagon (chiamata in gergo farawla, “fragola”) varia dai 7 ai 15 dollari.