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L’Iran sostiene Al Qaeda. Parola della CIA

L’Iran sostiene Al Qaeda. Parola della CIA

La Central Intelligence Agency americana lancia la “bomba” contro Teheran: il regime iraniano ha ospitato e protetto nientemeno che Osama Bin Laden e i dirigenti di Al Qaeda negli ultimi quindici anni. È quanto emerge dai file desecretati che l’agenzia di Langley ha riversato sul web in questi giorni.

Un’operazione di trasparenza avviata su impulso della National Intelligence (DNI, l’ente che sovrintende a tutte le altre agenzie d’intelligence USA) ed eseguita per volontà del neo direttore Mike Pompeo, fresco di nomina da parte del presidente Donald Trump, considerato su posizioni fortemente anti-iraniane.

I documenti autentici resi pubblici dalla CIA sono quelli ritrovati nel covo di Abbottabad, Pakistan, dove i Navy Seals hanno fatto irruzione nella notte tra il primo e il 2 maggio 2011, uccidendo il leader e fondatore di Al Qaeda che ha ideato l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001.

In quel materiale desecretato (corrispondente a ben 470mila file), c’è la prova definitiva che il regime iraniano abbia ospitato e protetto per anni i capi di Al Qaeda, a partire dall’intervento militare americano in Afghanistan del novembre 2001, ordinato da George W. Bush in risposta proprio al 9/11.

La divisione tra sunniti e sciiti

 

Un vignetta dell’Economist sulla lotta tra sunniti e sciiti

Ora, come noto, l’Iran è una repubblica islamica guidata dal clero sciita degli ayatollah, che avversa filosoficamente sia la fede sunnita sia i governi che la professano. A cominciare dall’Arabia Saudita baluardo del sunnismo (nonché patria di Osama Bin Laden) e dalla stessa Al Qaeda, che fonda il proprio credo sul wahhabismo, ovvero l’espressione più estremista della dottrina sunnita.

Sunniti e sciiti si scontrano regolarmente in Medio Oriente: Yemen, Siria e Iraq sono oggi i teatri più caldi di un conflitto permanente, dove politica e religione si fondono inestricabilmente, così come peraltro è previsto dai precetti dell’Islam (che non contempla una divisione netta tra potere temporale e spirituale).

Pertanto, gli sciiti di Damasco si oppongono ai sunniti di Aleppo e Raqqa, così come gli sciiti di Baghdad combattono i sunniti di Mosul e dell’Anbar. In questo senso, Al Qaeda, ISIS, Al Nusra, Hezbollah, Ashad Al Shabi e altre organizzazioni protagoniste in questi conflitti, sono tutte facce della stessa medaglia: milizie politicizzate a forte impronta religiosa, che combattono guerre per procura ordinate dai rispettivi sponsor sauditi e iraniani.

Ciò nonostante, la decisione degli ayatollah iraniani di difendere i sunniti di Al Qaeda trova una giustificazione nella necessità di combattere un nemico comune: l’America insieme al suo alleato Israele. Due paesi che sono ritenuti da Teheran ben più pericolosi di qualsiasi fondamentalismo sunnita. Poiché entrambi sono promotori di concetti laici come democrazia, libertà e diritti civili, e perciò antitetici a qualsiasi regime o dittatura.

 

Le carte di Abbottabad

 

Il compound di Abbottabad, Pakistan, dove si nascondeva Bin Laden

«Gli iraniani appoggerebbero persino Mohamed Ibn al Abd al Wahhab (padre fondatore del wahhabismo, ndr) pur di colpire gli interessi americani» si legge in una delle carte ritrovate nel covo di Bin Laden ad Abbottabad.

Mentre in altre si descrive come e dove l’intelligence iraniana abbia nascosto, favorito e provveduto alla sicurezza e alla formazione militare di numerosi jihadisti, cui hanno fornito armi e addestramento «soprattutto nei campi di Hezbollah in Libano». Hezbollah, ovvero il partito sciita che domina nel sud del Libano e nelle aree confinanti con la Siria, è notoriamente una milizia al soldo di Teheran.

Questa sovrapposizione di piani e interessi all’apparenza divergenti, non deve sorprendere più di tanto. Anche perché il legame tra Al Qaeda e Iran non è esattamente una novità. Nel marzo del 2015, ad esempio, il governo iraniano ha rilasciato cinque alti dirigenti di Al Qaeda, tra i quali figurava Saif al-Adl. Cioè l’uomo che ha servito come capo ad interim del gruppo terroristico subito dopo la morte di Osama bin Laden, e che è oggetto di una taglia 5 milioni di dollari da parte del Dipartimento di Stato americano.

Saif al-Adl non è un terrorista qualunque: ex colonnello dell’esercito egiziano finito nella lista dei Most Wanted Terrorist dell’FBI, era stato incriminato per gli attentati del 1998 in Africa orientale contro le ambasciate degli Stati Uniti. Divenuto membro anziano del Consiglio della Shura di Al Qaeda, ha curato le attività dell’organizzazione subito dopo l’assalto dei Navy Seals in Pakistan nel maggio 2011. È stato lui ad aver aiutato le mogli e alcuni parenti di Bin Laden a trovare un rifugio sicuro. E oggi sappiamo dove.

Cynthia Storer, analista CIA esperta di Al Qaeda, lo ha definito un «padre fondatore», aggiungendo che «se l’organizzazione sta avendo problemi interni, lui è uno che la potrebbe riorganizzare». Il suo rilascio da parte del governo di Teheran ha dunque contribuito a rivitalizzare il gruppo militante in un momento di estrema debolezza di Al Qaeda, la cui leadership nel jihad globale iniziava a essere seriamente minacciata dal nascente Stato Islamico.

 

Perché favorire Al Qaeda

 

L’Iran ha favorito il riemergere dei qaedisti tanto in Yemen quanto in Siria e Iraq, consentendo l’afflusso di dirigenti e capi carismatici in grado di creare nuovi network del terrore, affinché la coalizione internazionale dirigesse la lotta contro lo Stato Islamico e tutte quelle formazioni sunnite che rischiavano di far collassare i governi sciiti di Siria e Iraq. Questo perché l’Iran mira a creare in Medio Oriente un corridoio a trazione sciita che parta da Teheran e raggiunga il Mediterraneo, passando proprio per Baghdad e Damasco. E allora, valga pure l’adagio “il nemico del mio nemico è mio amico”.

In definitiva, quella strategia ha pagato. Anche se adesso, con le prove della collusione tra Al Qaeda e l’Iran di dominio pubblico, è concreto il rischio di surriscaldare ancor più il clima già teso tra Teheran e Washington. Specie da quando il nuovo inquilino della Casa Bianca ha dato il via a un braccio di ferro sui negoziati per il nucleare, che punta a isolare o quantomeno arginare il più possibile l’espansionismo iraniano in Medio Oriente.

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